sabato 22 aprile 2017

TARTUFO E PORCINI


Sono stata in giro nei dintorni del mio paese, a Pasqua, e ho visitato questo posticino delizioso dove non ero mai stata.
La via crucis dei negozi che offrivano e vendevano prelibatezze locali è stata la parte migliore del giro.
Ho afferrato con gioia biscotti e biscottini dai cesti colorati, e pezzi di formaggio abbinati a composte e miele da ogni piatto e vassoio.
Finché non ho incontrato, dentro una scatolina, dei tartufi.
"Li vado a fare io stesso, sono locali", mi ha detto il proprietario del negozio con cui ho fatto amicizia.
Li ho comprati per un prezzo irrisorio, e li ho spolverati, ad oggi, su cacio e pepe come sul formaggio cremoso e le patate fatte in padella con il vino.
Oggi è la volta del risotto ai porcini.
Con quello che mi avanza, vorrei farci anche il souffle al cioccolato.
Mi piace l'accostamento anche con il fondente.

"Ho comprato dei tartufi!", gli ho detto entusiasta, di rientro dal giro.
"A me il tartufo non piace...", mi ha risposto.

Del lardo di colonnata che degli amici mi hanno portato dalla toscana ha detto la stessa cosa.

Che peccato dover mangiare in solitudine, a uso e consumo delle mie sole finissime papille gustative, questi prodotti magnifici.

Che peccato.

Mentre ne scrivo sento già la salivazione che aumenta.

Vado a cucinare il risotto.

Sento già il profumo del tartufo.

Che poesia il tartufo.

Lo mangerei a mozzichi.

LA SCIAMPISTA


Ha insistito perché andassimo, l'indomani mattina, a sistemare il taglio artigianale, più corto da un lato.

Siamo andati, quindi, in questo negozio che taglia capelli a uomini e donne, per scorciare entrambi le folte chiome.

Prendono lui per primo, abbandonando me in piedi per una manciata di minuti.

La sciampista quasi lo prende per mano, per portarselo a fare lo shampoo.

Comincia a lavargli i capelli con estremo vigore e dedizione, mentre io rifletto su come sistemare i capelli.

Mi fanno sedere, finalmente, davanti allo specchio per elaborare il taglio, e dopo un po' mi fanno accomodare accanto a lui per lo shampoo.

Lui, ancora nel pieno del lavaggio, mi sembra insolitamente composto e rigido.

La testa reclinata all'indietro, lo sento irrequieto.

Finiscono di lavarmi i capelli, e lui è ancora lì, con le mani della sciampista in testa.

Ho pensato si stesse facendo fare un massaggio supplementare, su richiesta, e mi sono seduta, pettinata come una bambola dalla energica parrucchiera, che per poco non mi ha scuoiata viva, trascinandosi pure le orecchie con il pettine appuntito.

L'eterno shampoo di lui è stato interrotto dalla parrucchiera che lo ha letteralmente trascinato via dalle grinfie della sciampista.

Lo hanno fatto sedere accanto a me.

Nello specchio ho osservato, per tutto il tempo di taglio e asciugatura, la sciampista in piedi dietro di noi, con la mazza della scopa tra le mani e il labbro stretto tra i denti a fasi alterne, rivolgere occhiate insistenti a lui.

La scena mi ha divertito, anche se estremamente imbarazzante.

Lui, complice il taglio e la piega che non ha gradito, si è innervosito.

"Ti aspetto fuori", alzandosi mentre finivo di asciugare i capelli.

"Non metterò più piede in questo posto!", mi dice fuori dal negozio.

Non aveva chiesto alcun massaggio supplementare: la sciampista se lo è tenuto sotto, accarezzandogli il collo buona parte del tempo.

"Queste cose all'estero non mi sono mai successe!", mi dice innervosito.

Le donne, qui dove vivo, sono abbastanza arrapate e aggressive, c'ha ragione.

Anche e soprattutto con uomini accompagnati da altre donne.

Sarà la penuria di uomini, sarà patologico, sarà quello che vi pare: è abbastanza squallido assistere a certe scene, ogni volta che usciamo insieme.

Ed io gradirei, semplicemente, fare cose ordinarie senza sorbirmi il ridicolo degli altri.








mercoledì 19 aprile 2017

LE MIE FORBICI NELLE TUE MANI


"Tagliami i capelli", ho detto mettendogli le forbici in mano.
Mi sono seduta sullo sgabello in bagno e ho assistito al taglio senza lacrimevoli nostalgie per il pugno di capelli che reggeva tra le mani.
"Non voglio buttarli via", mi ha detto con i miei capelli stretti amorevolmente tra le mani, guardando con compassione il biondo che fu, di stagioni ormai trapassate.
"Buttali via, non voglio certamente conservarli", ho intimato.

E dunque, ho lo stesso taglio che avevo a 11 anni, adesso.
I capelli tagliati non mi mancano.
Mi sento alleggerita.
Mi annoiava, ormai, guardarli nello specchio.
Nelle foto.
Raccoglierli.
Spostarli.
Tenerli sulle spalle.

Stamattina sono stata dal parrucchiere per dare una sistemata al taglio artigianale, e li ha scorciati ancora un po'.

Ricresceranno.
Ed io, nel frattempo, sembro la bambina che ero, solo più adulta.


sabato 15 aprile 2017

IL CAPOLINEA


Un Inizio è sempre così facilmente distinguibile.
Il capolinea no.
Non si capisce.
Sarà per questa ostinata propensione all'eternità che scontiamo tutti in modo più o meno simile.
Sarà per l'incapacità congenita di concepire in modo anche solo approssimativo la fine, o la morte di qualcosa, oltre che di se stessi.

E non vale dire che se ci si interroga vuol dire che il dubbio coincida con la certezza di quel su cui si riflette.
Il dubbio resta dubbio.
La certezza è invece una convinzione che risposnde e corrisponde solo a se stessi e mai alla realtà delle cose, cui fatica ad aderire esattamente.

Siamo involucri fragili pieni di idee contraddittorie ed insensate, e di sensazioni fagocitanti.
Di stimoli e pulsioni che creano fessure, in quell'involucro, da cui trapelano.
Da cui sfuggono al nostro controllo.

La propensione ad immaginarmi come una linea retta soggetta a turbolenze e curvature, torna oggi a rappresentare la mia esistenza come un cerchio.
Lontana dal concetto di ciclicità.
Una figura geometrica piana, priva della solidità che ostenta, ma ben piantata sul foglio di carta su cui è disegnata.
Appiccicata al suolo dalla gravità che affligge l'inchiostro del segno, ma votata lentamente a evaporare, consumare, scolorirsi.

Sono un'immagine, riflessa in se stessa più che in una superficie estranea riflettente.
Non c'è nulla che mi rimandi la mia figura.
Solo distorsioni parallele e distanti.

Nel cerchio che sono, ogni punto, per quanto ultimo, è sempre il primo.
E ricominciare non ha senso, perchè ha senso solo continuare.


mercoledì 12 aprile 2017

TETTE A POSTO


Essere donna significa, tra i milioni di cose che significa, che arrivata a una certa devi fare la mammografia.

La mia mammografia, più ecografia, con macchinari sofisticati e all'avanguardia, costata appena un occhio della testa, è stata sollecitata dall'allarme congiunto di medici vari, di mia madre e di lui.

Farsi schiacciare i seni dentro un macchinario è una delle cose più fastidiose che abbia mai provato.

È tutto a posto.

Un falso allarme.

È uscito fuori, al solito, che l'età biologica è nettamente inferiore a quella anagrafica.

Questa faccenda non mi tiene al riparo da dolori e preoccupazioni.


Se potete scegliere, nascete uomini.

Io se rinasco, voglio essere maschio.

E voglio essere gatto.

domenica 2 aprile 2017

EMERSI DAL BUIO


Quando guardo all'infanzia e all'adolescenza, il velo che ricopre certi ricordi è nero come il fumo delle ciminiere delle fabbriche.
Guardo a me stessa come una bambina che cerca di emergere dal buio, che fa di tutto per spuntarla sulle tenebre, che si trascina ombre lunghe sotto le suole consumate delle scarpe.


La vena che ravviso nelle prime foto che ho pubblicato su Instagram rasenta il gotico.
Colpa della città nella quale mi trovavo, in quel momento, in uno dei miei giri fuori dalla porta di casa.
Una città magnetica e oscura.
Piena di contrasti lucenti tra l'antica tenebra e la luce odierna.

La mia vena nera non si nota nemmeno quando zampilla sangue.

Siamo figli del buio, io e te.
Allo stesso identico modo.
Tu con la tua debolezza, io con la mia forza.
Entrambi con le stesse paure.

Smetterò mai di oppormi a ciò cui mi sono sempre opposta?

Ad oggi, mi sembra solo di disporre di altri strumenti per portare alla luce tutti i miei contrasti, senza risolverli.


L A CATTIVA SCELTA



Mi interrogo sul da farsi, sui nodi venuti al pettine, sulle contingenze, sulle eventualità, sulle prospettive, sull'attualità dei litigi, sullo stress reciproco che amplifica ogni stupidaggine.

Mi interrogo se lungi dal cercare la perfezione, sia accettabile e in che termini  l'imperfezione dell'altro.
Fino a che punto  lo scompenso viene riempito dai sentimenti.

Mi domando se l'unica scelta possibile non sia una scelta cattiva, e non la scelta migliore possibile.

E sulla base di quali parametri di riferimento.

La vita è questa, scorre talmente veloce che tutto quello che non gradisco lo vivo come uno spreco inaccettabile.

La scelta cattiva, nel frattempo, si impone.

Ed io nelle imposizioni vado stretta.