lunedì 26 giugno 2017

DELLA ROBOTIZZAZIONE DELL'ESSERE UMANO E DELLA MANCANZA DI OSPITALITÀ


In due giorni, sono incorsa in un treno soppresso e nel ritardo clamoroso dell'altro, che doveva portarmi nella città prossima all'aereoporto.
Giunta infine in stazione, allo sportello delle informazioni, ho chiesto quale mezzo, tra la navetta, il taxi e la metro, mi avrebbe consentito di prendere per tempo il volo.
Metro e tram, combinati insieme, con una percorrenza certa di 45 minuti.
La soluzione più economica.
Unico inconveniente, leggere speditamente i segnali, spicciarsi, e non perdersi.
Ho ricevuto risposte in spagnolo e inglese, chè va da sè che per spagnola e americana passo, in viaggio, sempre.
Ho raggiunto in un baleno la fermata del tram, precipitandomi fuori dalla metro.
Alla macchinetta posta sotto la cortissima pensilina, ho fatto il biglietto, attendendo impaziente gli 8 minuti lampeggianti sul tabellone la distanza temporale sino all'arrivo del tram.
Sono salita, obliterando il biglietto, e solo da seduta ho notato campeggiarvi sopra l'enorme cartello, sul quale hanno sentitamente scritto, a grandi lettere colorate: "non timbrare il biglietto equivale a frodare!".
Ho osservato le donne sedute compite nei vestiti aggraziati, affrontare il passaggio del tempo in una smorfia mista di sdegno e compiacimento.
La lentezza delle manovre del tram, che scivolava leggiadro sui binari curvilinei incastonati tra asfalto e prato inglese, ha cominciato a farmi salire l'ansia.
All'improvviso il segnale sonoro dell'apertura e chiusura delle porte è stato sopraffatto dalla voce meccanizzata che invitava a rimuovere l'ostacolo ivi presente.
La parola rimuovere ha continuato a ripetersi nel vagone del tram, e da dove ero seduta non capivo se ci fosse un oggetto o un corpo.
L'indifferenza silenziosa dei presenti, scocciati dall'intoppo, ma fiduciosi nella pronta rimozione, mi è sembrata degna di un film di fantascienza.
Che si potesse trattare di un corpo intero, o dell'arto di un malcapitato, o di una borsa, o di una pernacchia del vento a tanta costumatezza, a nessuno è parso importare.
L'importante è adempiere al proprio dovere di cittadino e timbrare il biglietto, salendo sul mezzo pubblico.
Sono arrivata per tempo in aereoporto, dove ho trovato file immense per varcare i controlli, e nemmeno un po' di free wifi, nemmeno una presa per caricare il cellulare.
Tutti, meccanicamente, ci siamo tolti chi la cintura, chi altre parti in metallo di cui ammobilia il corpo per uscire di casa.
La stronza ai controlli mi ha tolto la reflex dalla sua custodia, sbattendola malamente nel vassoio di plastica bianco opaco.
Lo smalto trasparente che avevo dimenticato in valigia, invece, non ha dato fastidio a nessuno.
Un'altra stronza mi ha intimato, a muso duro, di infilare i miei bagagli a mano l'uno dentro l'altro.
Eppure un tempo, almeno in aereoporto, le cose venivano chieste con garbo e con educazione.
Anche all'andata, ora che ci penso, la tipa al gate ha sclerato con me ed un'altra passeggera, indicandoci erroneamente il volo per il quale stavano imbarcando in quell'istante.
Senza contare la hostess sul volo di ritorno, che, per averle chiesto se potesse fare un po' indietro il carrello con le bibite per consentirmi di andare alla toilette, ha sorriso con arroganza al collega, dicendo, letteralmente, nella sua lingua: "è pressante questa sua esigenza...".

La mancanza assoluta di ospitalità della maggior parte di questa gente discende da fattori culturali di cui andare poco fieri.
Nella città che ho visitato, nonostante il miscuglio notevole di razze, ho notato, più che altrove, una ghettizzazione feroce, sguardi rabbiosi, distanze invalicabili.
È un porto di mare, pur non essendo propriamente una città di mare.
Alzi la testa, e vedi uno scorcio che ti fa sentire di essere precipitato, d'improvviso, nel cuore di Praga.
Ritrovi l'atmosfera festaiola dei quartieri del centro di Barcellona, e l'organizzazione del paesaggio urbano che porta alla mente Valencia.
Se non prenoti per tempo un tavolino al sole per fare colazione, ti freghi.
Tutto ha un prezzo, anche se talvolta irrisorio, e tutto va comprato.
È un posto splendido, ma nel contempo terribile.
Stimolante, ma castrante, per quella alienazione in cui la vita cittadina inevitabilmente trascina.

E forse tornerò.
Forse no.
I forse sono l'unica certezza cui posso tenermi.



























martedì 20 giugno 2017

PRIMEGGIARE



A qualcuno pare non importi altro.
Non per ciò che si conquista, a parte una discutibile gloria personale.
In sostanza, un fine che si esaurisce in se stesso.
Un contenuto che esclude il contorno, che si fa perimetro stretto di se stesso.


Il giorno che mi faccio calpestare o offendere senza fiatare da qualcuno che pensa di primeggiare su tutto e tutti, trascinandomi in una competizione, reale o virtuale che sia, deve ancora sorgere su questo pianeta.
Sui mondi paralleli che ciascuno nella propria fantasia costruisce è un altro paio di maniche: arrivo comunque sin lì a prendere per le orecchie le persone e trascinarle sul campo da gioco reale.

Arrugas



Sono stata a trovare mia nonna, oggi.
I suoi figli hanno deciso concordemente di trasferirla in una struttura per anziani.
Si canta insieme, si fa palestra insieme, si mangia insieme e bla bla bla.
Una struttura super moderna, super fantastica, dove si mangia bene e gli infermieri, o quel che sono, sono tutte brave persone e trallallà.
Qualcuno è in condizioni disperate, qualcuno ci è andato di sua iniziativa, qualcuno è inaspettatamente giovane d'età e nel pieno delle facoltà.

Mi è sembrato di essere entrata nel film "Arrugas", d'improvviso, e ho provato una profonda tristezza.

Mia nonna ha rinunciato a vivere.
Fosse per lei, si lascerebbe morire seduta stante.
Non ha voglia di vivere.
Non le importa più di nulla.
Eppure, per l'età che ha, potrebbe ancora fare moltissimo.
Eppure, anche quando era più giovane non ci ha mai tenuto a fare moltissimo.
Anche fare qualcosa di più le è sempre pesato.

Ed io sarò un'ingrata e una stronza, sarò una che non capisce nulla e che non riesce a mettersi nei panni degli altri fino in fondo, ma non oso immaginarmi, da anziana, seduta su una sedia a rotelle a lamentarmi, abbandonandomi all'indolenza e alla noia di vivere.
Aspettando che il Signore mi prenda.
Non riesco a immaginarmi a cercare giustificazioni per lasciarmi morire.
Perchè la sola idea mi fa morire.


lunedì 19 giugno 2017

L'ORRIDO


A distanza di tanti anni mi viene in mente, guardando una foto su internet, di quando andai all'Orrido di Botri.
Non era consentito l'accesso, in quel periodo.
Stava arrivando la primavera, ed io ero stretta nella mia felpina bianca, onde di capelli sciolti e disordinati nelle foto in raw che non ho mai convertito in jpeg.
Scavalcammo per accedere, prendendo il percorso sul fiume, cui non erano state ancora legate le corde per consentire di aggrapparsi e non scivolare in acqua.
Un'acqua gelida.
Immersa fino alla vita, vestita, per attraversare un tratto magnifico altrimenti inaccessibile, a un certo punto ho pensato di perdere i sensi.
L'acqua ribolliva fredda sotto la quieta superficie, ed io immobile, venivo raggiunta da una voce che mi esortava a camminare.
Ero immersa fino al petto, ormai, ma non ero più lì.
Sono uscita dal torpore indotto dall'acqua che stava per inghiottirmi, e ho continuato sino a scalare le rocce nere e levigate, acciottolate sotto il flusso cospicuo proveniente dalla montagna.

Mi domando se in acque gelide come quelle sono in grado, oggi, di riguadagnare la salita.
Se le circostanze della vita che dipendono dalle mie scelte e dal mio coraggio, non risentano troppo di un certo margine di fortuna e sfortuna ineliminabili.
Mi chiedo se l'angoscia che mi schiaccia il petto sia contigente e quanto.
E per quanto tempo ancora.
Guardo sempre ai tramonti sui giorni come se fossero gli ultimi.
Cosciente di quanto sia stato un soffio la vita sinora, e quanto rapida scorra, raffreddandosi, nel processo inverso rispetto a quello seguito dalle stagioni.
Mi sembra di passare dalla primavera all'inverno.
Chè fosse stato autunno, l'inverno sarebbe stato quanto meno prevedibile e preannunciato.
E invece, così, sono stata presa contropiede.


MULINI A URAGANI


Chè il vento è per principianti.

Ed io l'uragano non so come contrastarlo oltre.

domenica 18 giugno 2017

NELLA PIOGGIA


Ti domandi cosa c'è da coprirsi, perché scappano tutti dalla spiaggia.
Sono solo due gocce di pioggia.

All'improvviso un acquazzone estivo mette fine ai giochi.

Tuoni e lampi, il grigio roboante delle nuvole che dalle montagne si trascina sino al mare.

Sino a dissoversi sull'orizzonte.

Ripari sotto il lido, prendi una corona con lime, e le patatine abbinate al pepe rosa.

Sgranocchi distratta mentre fingi di occuparti in una conversazione che non ti interessa.

Vorresti essere altrove, mentre sei lì.

O quanto meno da sola.

Perché lo sei, sola, e come spesso accade lo sei in mezzo alla gente.

Osservi un gruppo di ragazzi seduti a un tavolino più in là.

Ragazzi e ragazze molto carini, concentrati sui propri cellulari

Ti domandi perché non si guardino negli occhi.

Perché non si guardino intorno.

Perché sprechino, in un posto da dio, con una bella compagnia, il proprio tempo a guardare un fottuto schermino di cellulare.

Ti ricordi che tu, in buona compagnia, il cellulare te lo scordi, perché non ti frega nulla di astrarti dalle cose.

Perché ti ci tuffi, nelle cose.

Ti domandi cosa ci fai lì, in mezzo a muscoli e tatuaggi, a micro bikini, a capelli tagliati con precisione millimetrica e ali di gabbiano che spiccano quasi il volo su dei visi che hanno perso in anticipo la freschezza della gioventù.

Ti domandi se esista un angolo di mondo in cui sia possibile non sentirsi così soli e ti ricordi che si, c'è., e non è un luogo.

Un piccolissimo angolo di mondo che non è qui e non sembra essere alla portata di questa vita.

È ora di rientrare, e dovresti seguire le regole imposte dal luogo.

Scegli la via difficile, quella che non conosci e non hai mai percorso, per affacciarti da vicino sul rosa dorato del tramonto che spunta sotto la coltre impenetrabile di nuvole grigie.

E la via difficile, sebbene impervia, nonostante piova, è l'unica che valga la pena percorrere per dare un senso a una giornata che, altrimenti, sarebbe uguale a tante altre.




venerdì 16 giugno 2017

COME QUANDO DECIDI DI METTERTI CARINA E USCIRE


E' uno di quei rituali necessari per farsi passare il cattivo umore.
Il vestitino corto a fiorellini, che ben si abbina alla dolcezza di cui sono dotata per apparenza e non per indole, il fondotinta messo bene per coprire ogni traccia che possa ricondurre alle lacrime versate, alla rabbia repressa, e a tutto il pandemonio che mi trascino nella testa.
Che altro?
Ah, si, devo passare a casa a mettere i tacchi.
Anche se ho le gambe che mi fanno male, perchè questa settimana, nello spazio tra il lavoro e il lavoro, c'ho inserito quello per i lavori manuali.
Prendi pesi, sposta pesi, componi pesi, aggiusta quello che si rompe, reinventa le prospettive, adegua le soluzioni più economiche, sono solo alcune delle capacità richieste ad una donna che decide di ristrutturare un immobile in economia.
Le mattonelle pesano 'na cifra.

Sono andata al negozio a prendere della roba idraulica, e ho trovato, dietro il bancone, due uomini vagamente sovrappesantiti dalla vita, badare con difficoltà a 3 clienti contemporaneamente.
Uno, a un certo punto, tra la noia e l'insofferenza, mi risponde che riesce a fare solo una cosa per volta, di non sovraccaricarlo.
Ho suggerito ad entrambi di mettere una donna dietro il bancone, perchè noialtre siamo multitasking, e facciamo dieci cose insieme.
L'ho detto con il sorriso, ma loro hanno accolto la battuta a muso storto.

Vorrei che il mondo funzionasse alla mia velocità, invece di essere sempre obbligata a rallentare.

mercoledì 14 giugno 2017

SPRECARSI


Il termine "sprecarsi" resta in agguato in ogni decisione.
In ogni incontro.
In ogni possibilità.

Sarà una conseguenza innegabile del consumismo, applicata per traslazione ai luoghi e ai rapporti.

Se resto qui, rischio di sprecare la mia vita.
Se me ne vado, rischio di sprecare ciò che ho fatto finora.
Se scelgo te, spreco ogni altra possibilità di incontrare qualcun'altro.

E mentre si elabora e si interiorizza il termine "sprecarsi", mentre si pontifica sulle congetture fantastiche nelle quali va alla deriva, si spreca per davvero la vita, confinandola nel limbo dell'indecisione.

Il limbo delle cose tralasciate, non avverate, dismesse perchè non erano abbastanza.

E il concetto di "abbastanza", come il termine "sprecarsi", reca con sè un guazzabuglio di assurdità alquanto notevoli.

Non si è mai abbastanza per niente e nessuno.
Niente e nessuno sono mai abbastanza per noi stessi.
Ci si spreca quotidianamente in attività che non apportano nulla, se non in termini materiali, alla propria esistenza, che non può tradursi in mera sopravvivenza, ma a quella si riduce.

Sono frustrata dall'incertezza nella quale verso, e cui non sono abituata.
E, costretta nell'incertezza, desisto, prosciugata di ogni energia.






martedì 13 giugno 2017

NEMMENO GRAZIE



Succede di rinvenire un bel cellulare nuovo, a terra.
Succede che lo porto ai carabinieri.
Succede che viene rintracciata la proprietaria.

Succede che nemmeno grazie.



Una volta che ero a Roma, trovai a terra, zona Parioli, un portafogli gonfio di soldi e carte di credito.
C'era un uomo che scaricava la spesa dalla macchina per metterla nel cancello e pensai gli fosse caduto.
"Scusi, le è caduto il portafogli!", porgendoglielo.
Guardandomi con diffidenza, come se fossi una malvivente, mi rispose che non era il suo.
Lo aprii davanti a lui, e tirai fuori un documento che ritraeva una persona anziana.
Io ero a piedi, e dovevo raggiungere un amico con cui rientrare a casa in macchina.
Gli chiesi la cortesia di portarlo lui ai Carabinieri.
In modo scortese l'uomo si rifiutò.
Gli dissi solo allora che poteva essere il suo, di portafogli, e che magari gli avrebbe fatto piacere che qualcuno glielo rendesse.
Acconsentì controvoglia.
Suppongo abbia buttato il portafogli nel secchio, dietro le mie spalle.



La morale qual è?

Non ne ho idea.

Ciascuno tiri le proprie conclusioni.

A me l'onestà non ha mai portato da nessuna parte.
Non in tv, non sui giornali.
Mai nemmeno un grazie.





sabato 10 giugno 2017

LA BELLISSIMA VERSIONE ESTIVA DI ME


Mi ha videochiamata.
Ho il viso un po' emaciato, ultimamente.
Non sono un bello spettacolo.

Mi sono seduta a terra con il piccolo schermo luminoso in mano e mi ha sorriso.
E gli ho sorriso.
Nella mia magliettina bianca estiva, che lascia le spalle e le ossicine scoperte.
"Sei bellissima", e ho attaccato piangendo.
Ho i nervi a pezzi.

Non so come far fronte a questa situazione.
Ho ripreso a fumare, e stasera ho mangiato, dopo parecchi giorni, una quantità consistente di pizza.
Io non so cosa accadrà di me, e di tutta questa storia.

mercoledì 7 giugno 2017

AL LAGHETTO


E' rientrata a casa, finalmente.
Le ho chiesto di vederci, che avevo bisogno di fare due chiacchiere dal vivo.
Ché di telefonate ce ne siamo fatte così tante, io a lei, lei a me.
L'unica che sa tutto.
Tutto ciò di cui si può sapere (chè del resto è meglio non dire, no?).

Ci siamo date appuntamento a metà strada, e abbiamo parcheggiato l'auto poco distante dalla deliziosa passeggiata pedonale sul laghetto.

Abbiamo preso l'occorrente per una colazione, e ci siamo sedute sulla panchina.

Mi ha ascoltata.
Come sempre.

Ed io mi sento grata della sua impagabile amicizia.
Grata che mi voglia bene.
E di volerle bene.
Perchè è un privilegio.


martedì 6 giugno 2017

MI RITRAGGO NELLE ACQUE SALATE



Mi tuffo nelle mie apnee.
Di quelle estive fatte di alcol e di mare.
Di amici e vestiti estivi svolazzanti.

Le mie bracciate non coprono la distanza delle isole negli arcipelaghi.

Ho gli occhi gonfi di acqua salata, in compenso.
Una pioggia invertita che, invece di cadere sul mio corpo, ne viene espulsa.
Come l'acqua delle sorgenti, che risale dal profondo sino a ribollire sulla superficie, esplodendo in cerchi concentrici.




LA TERRA SOTTO I PIEDI



È questa che manca.
Questa.
Per una serie infinita di ragioni, tutte valide.
Almeno nella mia testa.

Sbilanciarsi per cadere?
Quando si ha la certezza matematica di cadere?
Quando tutti gli elementi assomigliano, uniti come puntini, alla somma illustrata di questa certezza?

Ho faticato così tanto, per reggermi in piedi, e anche un colpo di vento, talvolta, mi affatica.
Mi destabilizza.

Mi sono ritirata nella riflessione, ma ho bisogno di un luogo diverso, che non mi distragga.
E da sola.

lunedì 5 giugno 2017

IL VESTITO DI CENERENTOLA AL BALLO




Si sono conosciuti non so bene se su un sito di incontri o qualcosa del genere.
E' partito immediatamente il fidanzamento ufficiale, poi la gravidanza, poi il matrimonio.
Cui lei si è presentata trionfante con il vestito di Cenerentola al ballo.

La trasposizione di una favola nella realtà, con colonna sonora salsera e allestimento kitch.

A volte mi domando se abito una realtà parallela di cui sola conosco l'esistenza.
Mi domando se il mio adattamento notevole al luogo in cui vivo, riesca davvero a sopperire, poi, al distacco che accuso nei confronti di chiunque mi circondi.

Le rughe che mi solcano il contorno degli occhi, quando sorrido, mi rinviano, nella mente, ai cerchi degli alberi.









MORDICCHIO



"Assomigli a quel personaggio... come si chiama... quello tanto carino, che mangia tutto, che sembra così innocuo e invece se si incazza diventa una belva?"

Dice che somiglio all'animaletto di Futurama.



FIDARSI E AFFIDARSI



Faccio estrema difficoltà a fidarmi.
E ad affidarmi, anche.

Riconosco quanto il passato incida nei processi relazionali odierni.
Quanto certe bruciature riemergano sotto la cenere del tempo.

Sono al lavoro, ho tolto le scarpe belle e faticose e sono restata scalza.
Non c'è gente, nessuno mi vede, a parte l'aria che ho intorno.

Vorrei prendere le cose con calma, ma ho l'affanno.

C'è sempre così tanto da fare, che la vita sembra assorbita da incombenti che solo la distraggono dal suo svolgersi naturale.

Altrove sarebbe ugualmente così?

Sarebbe peggio?

Quanto dannatamente mi mancherebbe il mare, il profumo della macchia mediterrenea, il gusto impagabile del cibo di casa mia.

Sono al lavoro, e altro lavoro mi chiama.

Mi manca il tempo, e devo impiegarlo al massimo per guadagnare altro tempo per vivere.


domenica 4 giugno 2017

L'ACCENTO DI RENZI




Al mare, con un'amica, ho steso l'asciugamano colorato su un angolo di sabbia dorata, di uno dei tratti di spiaggia che preferisco.
Ho fatto il bagno, l'acqua era piacevolmente fresca.

I capelli che ho tagliato sono cresciuti tanto da sembrare una criniera.
Non ricordo di avere mai avuto così tanti capelli in vita mia.
E nemmeno una ricrescita così strabiliante.

Siamo salite sul lido dove fanno un discreto tiramisù artigianale in barattoli di vetro che usano anche per i cocktails, e naturalmente ne ho preso uno.
In realtà sono partita da casa con questo proposito.

Sono ritornata in spiaggia, anticipando la mia amica che invece si è trattenuta un po' sul lido e, lì accanto, un gruppetto di uomini ha scortato con lo sguardo il mio arrivo.

Parlottavano a bassa voce tra di loro sulle tette delle donne sulla spiaggia.

Su quelle rifatte, e su quelle naturali.
Uno di questi, con un marcato accento toscano, ha espresso ad alta voce la sua preferenza per le tette naturali, guardando verso di me.

Cinque di loro, l'uno accanto all'altro, in gruppo, come dei deficienti, in attesa di una mia reazione.

Li ho ignorati e mi sono stesa, ad occhi chiusi, sull'asciugamano.

E' sopraggiunta la mia amica, e il tipo con l'accento toscano ha continuato a parlare, alzando sempre di più la voce, in modo abbastanza molesto.

"Hai notato come l'accento toscano, prima tanto delizioso, sia diventato, con l'avvento di Renzi, particolarmente sgradevole?", ho detto alla mia amica.

I cinque hanno cominciato a sbaraccare le loro cose per andare via
Il toscano, ad alta voce, ci ha tenuto a dire che comunque non c'erano tette particolarmente significative sulla spiaggia, e che l'unica donna che veramente l'aveva colpito era la "mammina" che aveva visto a spasso con il figlio la sera prima.
Molto giovane, ha precisato.

Sono andati via sulla scia di questa profonda considerazione.

"Si, decisamente un accento insopportabile...", ha risposto la mia amica.




POSSIBILITA', OPPORTUNITA', SALTI NEL VUOTO



E' di questo che discutiamo.
Io da qui, e lui da lì, attualmente.
Di quali possibilità abbiamo, e in quanto tempo, e con quali risorse.
L'una esclude l'altra.
Nel mezzo non si può stare.

Ed il tempo, adesso, è quasi esaurito, come l'aria quando si resta in apnea per troppo tempo.

Bisogna emergere in superficie, e decidere se tornare sull'isolotto pieno di grazia sul quale ci siamo sospesi nel mare, o raggiungere la terraferma, con i suoi pro che pesano quanto i suoi contro.

E la parte positiva di me, quella ottimista, valuta le nuove possibilità come opportunità.
E sono io la mia opportunità di vita e sopravvivenza, a prescindere da chiunque altro, e da qualunque luogo.
Nel contempo, non sono sola.
E lui non è solo.
Siamo separati da una distanza da colmare.
Di quelle fatte per raggiungersi, in cui si tendono le dita delle mani, tra i fili delle connessioni.
Che poi, davvero, chi lo sa cosa ci attende, varcate le soglie del presente.
Quanto sia lecito e utile fare programmi a medio e lungo termine.
La vita si capovolge in un attimo, e non ti avverte, ti travolge, anzi.






"all things are ready if our minds be so"

William Shakespeare




sabato 3 giugno 2017

SETE E NUTRIMENTO



Mi sono immersa nella natura come ci si immerge nel mare.
Ho trovato l'azzurro nel verde dei boschi, e l'ho accarezzato con occhi e mani.
Avevo sete, ma ho versato l'acqua nel palmo delle mani, per offrire nutrimento.

Quanto dura la vita delle farfalle?
Un attimo.
E in quell'attimo devono vivere, e fare tutto quello che la natura richiede loro, perchè non hanno tempo di riflettere, non hanno modo di posticipare, debbono solo seguire l'istinto per sopravvivere.

La mia vita dura più di quella delle farfalle, apparentemente, ma mi pare soggetta alle stesse ferree regole.



venerdì 2 giugno 2017

DI AEREI, DI NUOVO, E DI INCOGNITE



Un altro aereo, ma nessuna stazione nella quale salutarsi.
Un'andata che presuppone un ritorno, ma che non significa, poi, restare.
Perchè restare un altro po' degenera in "adesso bisogna decidere che fare di questa vita".

Proseguire da soli.
O proseguire insieme.
Proseguire dove.
Qui, là, o dall'altra parte del mondo?
A nord, o a sud del mondo?
Lontano da qui.
O vicino.
La famiglia che si lascia, gli amici che restano.
Le distanze.
Le difficoltà.
Le angosce.

Ed io, che non lo so.
Se si prosegue insieme.
Se resto.
Se vado.
E come.
E dove.