giovedì 20 luglio 2017

RISVEGLIO CON L'ORZAIOLO


Sembro un mostro, quasi non riuscivo ad aprire l'occhio, stamattina.

Come fanno certe donne a svegliarsi fresche come le rose, al mattino?

A parte l'orzaiolo, le condizioni in cui mi risveglio sono atroci, sempre.

Sembra che di notte, invece di dormire, io conduca estenuanti battaglie.

Ho quattro cuscini che di notte camminano, e per trovarne uno ad occhi chiusi, ogni volta, stendo le braccia sino ai confini del letto.

È fine luglio, ormai, e come ogni anno, c'è così poco tempo e così tante cose da fare...

FERITE DI GUERRA


Qualcuno ha deciso di comprare le ostriche e portarle a casa dei miei.
Mia madre non riusciva ad aprirle, mi ha dato il coltellaccio, mi ha indicato il punto in cui dovevo fare leva per aprire, e se ne è lavata le mani.
Io, che sono ghiotta di ostriche (come di parecchia altra roba, cruda, cotta, esotica o nostrana), naturalmente mi sono fatta male.



Mi sono ferita una parte dell'indice, superficialmente.
Ne ho aperte due, però, e mangiate con estremo gusto.
Poi mi sono infilata la punta del coltello nel pollice, per fortuna senza danni permanenti.
Certo, è uscito parecchio sangue, e mi stava venendo un mancamento per l'orrore, e mi sono dovuta stendere un attimo sul divano, ponendo una tregua nella guerra per l'apertura delle ostriche.

Se vuoi l'ostrica, che è tanto buona, te la devi guadagnare, a costo di farti male.

La metafora della vita, in fin dei conti.

martedì 18 luglio 2017

COME UNA BENDA SUGLI OCCHI



Non ti consente di vedere, ma tu senti.

E quel sentire è come squarciare il fitto velo della benda.

C'è un'estetica che apprezzo, ma non mi appartiene.

Ci sono confini che ho varcato e ho trovato terre desolate.

E desolanti.

I capelli corti sono cresciuti.

Ho voglia di prendere un biglietto e sparire.

lunedì 17 luglio 2017

GENTE CHE BALLA GIANNA GIANNA, IL TRIANGOLO NO NON L'AVEVO CONSIDERATO E COME È BELLO FAR L'AMORE DA TRIESTE IN GIÙ, E SI DIVERTE



Ed io sono lì seduta che "no, non voglio ballare questa roba, non insistete", e nella testa mi parte lo stacchetto musicale della Rettore, che fa "dammi una lametta che mi taglio le vene".

Mentre sorseggio rapidamente il cocktail analcolico, osservo la ventenne mezza nuda, su cui si è appolipato un poco baldo quarantenne, molto sudato, e poco preoccupato degli sguardi altrui.
Le mette le mani sul culo, e lei lo lascia fare stringendoglisi più forte.
Lei continua a ballare come una tarantolata, con i seni che escono incontenibili dal micro top di due taglie in meno.
Cominciano ad amoreggiare focosamente, davanti a tutti, cercando di catturare anche l'attenzione di chi distoglie lo sguardo, o lo ha rivolto altrove.

C'è gente che si dimena su note che non distinguo ("sarà Baglioni o Venditti?"), gente che puzza di alcol come se bevesse ininterrottamente da sempre, altri che fanno finta di divertirsi per giustificare l'esserci, in un posto dove capito per sbaglio, per insistenza di altri.
Non ricordo dove è esattamente casa, sono obbligata a restare.

Mi annoio.

Non che ci sia mai stato un tempo in cui queste cose mi abbiano divertito: quando mi hanno trascinato in certi contesti, ero con tanti amici, ed ero molto più giovane.

La domanda che sorge spontanea è se esista ancora un'età per certe cose, o se chi persevera in certe dinamiche è immaturo, o segua semplicemente il proprio gusto.

Quando sento "gianna gianna" mi viene ormai quasi un mancamento per la nausea.

Mi annoio terribilmente.



sabato 15 luglio 2017

LA BORSA PER LE ISOLE



Nella borsa per le isole c'è:
- l'immancabile crema solare, che funge anche da idratante doposole, perché il sole picchia;
- la maschera, perché sebbene l'acqua sia limpida e ci si possa immergere a occhi aperti, comunque torna utile;
- la macchinetta fotografica subacquea, per catturare le meraviglie sommerse;
- il pareo grande e colorato, che funge da telo mare e varie altre cose;
- un foulard nero per la sera, da mettere su qualsiasi cosa, se dovesse fare fresco;
- il cappello a tesa larga, perché in spiaggia o in barca è essenziale;
- un vestito corto ed uno lungo;
- sandali bassi e versatili ai piedi, e un paio di infradito di gomma per il mare;
- una bottiglia d'acqua ed un buon libro per il viaggio in nave;
- il costume da bagno, naturalmente!

Indosso l'azzurro, il bianco e il cuio dei sandali bassi, colori con i quali, quando parto per il mare, mi sembra di essere sempre in ordine.
Sto per partire, e sento il cuore che comincia ad alleggerirsi, mentre perde il rosso di cui brilla e si colora di blu.

venerdì 14 luglio 2017

E IMPARARE A CEDERE



Insegnatemi.
Io non ne sono capace.
Spiegatemi che tecniche usate.
A quali forze fate appello, se quando cedete è perché vi viene promesso in cambio il paradiso o quanto altro.

Io non so cedere.
Ed il più delle volte significa che da niente si arriva alla catastrofe in un attimo.


IT'S A NEW DAY



Avevo proposto di farla sedere al piano.
Hanno accolto con entusiasmo l'idea e procacciato il locale con un bel pianoforte accanto ai tavoli.
Una parte degli amici stranieri facevano parte di una sorta di collettivo di artisti e amanti dell'arte.
Le ho chiesto di eseguire un pezzo di Nina.

E lei ha mosso le dita sui tasti del pianoforte, levando la voce sulla melodia incantevole.

Mi sono commossa.

È stato a dir poco toccante.

Nella sala accanto, mentre stavamo per andare via, un uomo anziano, sudamericano, in piedi al centro della sala, abbracciato alla moglie, ha intonato con la voce una canzone popolare, vibrando sapientemente la voce.
Nella sala è calato il silenzio.
Lo scroscio di applausi ha colmato lo spazio privo di parole.

E siamo usciti, verso la giornata assolata, per portare a termine il programma stabilito.

È stato un addio al nubilato splendido.

La futura sposa è splendida, e lui ha avuto una fortuna incredibile a trovare la propria metà, nel casino del mondo che infuria lì fuori, in una città dove è più facile perdersi che trovarsi.

sabato 8 luglio 2017

TRA STRANIERI



La giornata programmata è giunta al termine.
Sono in treno.
Nel mio vestito carino, con il foulard sulle spalle per ripararmi dall'aria condizionata.

Gli stranieri sono così friendly.
Così easy.
Sorridono quando ti parlano.
Se incrociano il tuo sguardo, anche se non ti conoscono, pure sorridono.
Ti danno a parlare.

Bevono.
Cacchio quanto bevono sempre.

Ti fanno domande per capire che persona sei, al di là del lavoro che fai.

Sono spontanei, poco artefatti.

Li incontrerò di nuovo tutti tra un paio di mesi.

Ho retto tutto il giorno, e adesso sono stanca.
Stanca da morire per essere stata di compagnia mentre volevo solo tornare a casa.
E adesso voglio solo tornare a casa.


venerdì 7 luglio 2017

LE PAROLE CATTIVE



Quelle che una volta estorte e una volta dette ti trafiggono come una lama.
Quelle che tutti dovremmo tenere per noi stessi, ma scappano di bocca e arrivano a destinazione e a detonazione in un attimo.

Di parole cattive sono piena.
Il peggio di me sta uscendo fuori.
Stimolato a dovere.

Non mi sono mai sentita così tesa.
Mai così nervosa.
Mai così con il mondo addosso.

Cerco di ritrovare il sorriso, ma non riesco a forzarlo nemmeno guardandomi allo specchio al mattino.
Quasi nemmeno mi guardo più.

Domattina ho un treno e una giornata di allegria al femminile che mi aspettano.
Devo indossare un gran bel vestito, un ottimo sorriso, essere di compagnia e gioiosa.
Data la compagnia, non dovrebbe essere particolarmente difficile.
Non voglio, in ogni caso, che i miei malumori cagionino fastidio ad altri.
Mi sembra che l'ombra mi si sia cucita addosso, e che assorba ogni luce.
Rifletto negatività.
E non è da me.

Ho galleggiato per un po' in acqua, ieri.
Non riuscivo a distinguere i colori e il profilo della natura circostante, non ho sentito il sale sulle labbra.
Sono uscita bagnata dall'acqua, correndo verso il telo steso sulla sabbia.
Ho sentito il sole bruciare sulla pelle, il vento rinfrescarla, la sabbia nella bocca, tra i capelli, e sotto i piedi.
Ho provato fastidio.
Insofferenza.
Come non mi capita mai, al mare.

Sono esausta.
Desidero il silenzio e la solitudine.
E invece sono immersa nella follia collettiva fino al collo.







giovedì 6 luglio 2017

SEMPRE, SOLO E IMMANCABILMENTE PROBLEMI


Certi giorni mi sembra di precipitare in un incubo.
Vorrei vendere casa, scappare lontano da qui.
Da questa gente immonda che vive parassitariamente e ignobilmente la vita.
Da questa omertà schifosa.

Mi sento così in bilico, che non sapendo a cosa afferrarmi, faccio una fatica incredibile a reggermi in piedi.

I problemi, quelli seri, non mancano mai.

E vorrei tanto che qualcuno mi alleggerisse l'esistenza.
Qualcuno che usasse i toni giusti.

E invece no.

Si è soli.
Immancabilmente.
Sempre.

Ci sono problemi.
Immancabilmente.
Sempre.

Ci sono io, le mie energie e la mia forza.
Nonostante il mal di testa.
Immancabilmente e sempre.

"Sei dimagrita tantissimo", continuano a dirmi.
Con un'aria preoccupata, talvolta.
Come se non stessi bene.
E che non stia bene è più evidente di quanto apparentemente sembri dimagrita.

Accuso l'inutilità di tutto il lavoro e l'impegno e le spese fatte.
L'inutilità dei rapporti inutili.
L'inutilità di certe scelte.
Resistere per resistere non ha senso.
Sento di non avere ancora trovato uno scopo preciso nella vita.
Me ne sono distolta tutto il tempo per sopravvivere.
Per farmi carico di ciò di cui non sono responsabile.


lunedì 3 luglio 2017

LA CREMA CHE NON T'ASPETTI



Ho sempre avuto riserve grosse come le case nei confronti delle creme per il viso di una nota marca.
Ho sempre acquistato volentieri i bagnoschiuma, per le fragranze dolci e persistenti, e perchè fondamentalmente poco aggressivi sulla pelle.
L'anno scorso ho provato per caso il campioncino di un olio per capelli e solo quest'anno ho deciso di acquistarlo.
Ha un profumo magnifico e mi lascia le punte dei capelli morbissime (sebbene li abbia ulteriormente tagliati e non abbiano bisogno di particolari cure).
Mi hanno fatto fare la scheda, da lì ho preso dei solari, e ho preso una bella borsa termica con i punti maturati.
Con la scheda mi hanno regalato questo cofanetto di benvenuto con dentro una crema per il viso prodigiosa.
Non sentivo la pelle del viso così idratata da quando hanno tolto di mezzo l'acido ialuronico di una marca che usavo (e che compravo in un tubicino per un prezzo irrisorio).
Sono tornata in negozio per comprare la crema.

Non faccio marchette, non mi va di scrivere il nome della marca, ma da che la uso, questa crema, mi sembra di avere un viso davvero "rimpolpato", per usare un termine di quelli di cui si abusa in certe pubblicità.

E nulla, volevo condividere questa scoperta, che non mi capita di frequente di trovare prodotti davvero validi.
E questo lo è!

GENTE CHE SE SPOSA



Siamo passati da un'amicizia ad una piccola e insignificante avventura nel giro di oltre un anno.
Un'avventura di quelle tardive, a fine estate inoltrata, di quelle che ci si vede senza impegno la prossima volta, che non è mai arrivata.
Per scelta mia.
Da allora ad oggi, nel mezzo, io ho conosciuto lui.
Nel mezzo, una foto profilo di coppia, di quelle in cui lei abbraccia stretto e trionfante l'uomo al proprio fianco (occorre precisare che io non ho mai avuto una foto profilo di coppia?).
Nel mezzo, un incontro fugace e fortuito durante le vacanze natalizie, il tempo di farmi chiedere perché avessi mancato l'appuntamento e di rispondere facendo spallucce.

Nel mezzo, qualcuno si è sposato con la donnina dall'aria di quella che ha vinto.

Io non ho vinto nulla.
Quello che è accaduto mentre lui era impegnato ed io libera, è successo perché lui ha disperatamente creato occasioni per evadere dalla sua asfissiante vita di coppia.
Ho ceduto dopo un annetto di tentativi e corteggiamento, perché mi piaceva, e credevo stesse chiudendo con l'altra.
Così mi aveva dato a credere.
Quando ha tergiversato, quando ho capito, mi sono defilata.
Già prima di conoscere qualcun'altro.

Non c'è bravissimo ragazzo che conosco che non abbia tradito, prima o durante il matrimonio, la propria compagna.
È solo una statistica personale, non posso estenderla al resto del mondo.
Tirando le somme (sempre su statistica personale, salvo eccezioni più uniche che rare), le donne che si sposano sono nella maggior parte quelle che, pur di sposarsi, si tengono le corna.
Che lo sappiano per esteso o facciano finta di non saperlo, riguarda solo il metodo con il quale gestiscono la rabbia per raggiungere l'obiettivo primo di indossare, almeno una volta nella vita, l'abito bianco.

Io non so quanto mi preme, nella vita, di sposarmi.
So perfettamente di star bene da sola, anzi, meravigliosamente, ma so pure quanto siano irrinunciabili i sentimenti per una persona, quanto il benessere a due gareggi a pieno titolo con quello che si raggiunge da soli.
Non credo che l'uno presupponga l'altro, o che l'uno escluda l'altro: ci può essere benessere in due mentre uno dei due non è in pace con se stesso, o vicecersa.
Quali regole vogliamo applicare al variopinto e fondamentale mondo dei sentimenti?
È il campo delle libertà più ampie che ci si possa concedere, e non ci sono contraddizioni che tengano.

"Ti voglio nella mia vita, voglio risolvere", mi scrive.
Sono seguiti mille litigi, acuiti dalla distanza.
Fraintendimenti, silenzi, parole feroci.

Ed io, posso risolvere?
Voglio risolvere?
È la paura della solitudine, a spingere l'acceleratore su certe scelte?
No.
Posso escluderlo con fermezza.
Io da sola sto da Dio.
Quanto più mi avvio da sola nel mondo, tanto più ritaglio il mio posto.
Da sola non sono mai davvero sola.
Instauro legami con facilità.
Faccio sempre quello che mi pare, come mi pare.

Quello che provo per lui, però, esiste e ha una sorta di autonomia: non vi esercito molto controllo.
Quel benessere che provo con lui, anche quando sto male, mi pare irrinunciabile.
La familiarità, intesa quale opposto di estraneità, è il tratto caratterizzante i nostri rapporti.
Più che affini, siamo emotivamente consanguinei, nei nostri sentimenti scorre lo stesso sangue color rubino.

E allora penso che vale la pena risolvere, amche se debbo cedere su alcune cose (ma non su tutto, diamine, la reciprocità è fondamentale), ma che non vale mai la pena perdere di vista se stessi.
Ammalarsi di dolore.
Affogare in mari di lacrime.
Meglio fare il morto a galla a mare, sempre, e guardare quanto immenso è il cielo sotto il quale tutti, ma proprio tutti, allo stesso modo, navighiamo a vista.






venerdì 30 giugno 2017

DA DUE A UNO



La riduzione drastica ha cominciato il suo percorso corrosivo nella mente, sino a concretizzarsi in parole amare.

Non riesco a pensare di intraprendere il percorso inverso a breve.

Comunque sia andata, comunque andrà, non ho fatto altro che vivere.

Qualcosa di più del vivere.

Ho profuso un impegno gigantesco in tutto questo, ma a volte non è sufficiente.


lunedì 26 giugno 2017

DELLA ROBOTIZZAZIONE DELL'ESSERE UMANO E DELLA MANCANZA DI OSPITALITÀ


In due giorni, sono incorsa in un treno soppresso e nel ritardo clamoroso dell'altro, che doveva portarmi nella città prossima all'aereoporto.
Giunta infine in stazione, allo sportello delle informazioni, ho chiesto quale mezzo, tra la navetta, il taxi e la metro, mi avrebbe consentito di prendere per tempo il volo.
Metro e tram, combinati insieme, con una percorrenza certa di 45 minuti.
La soluzione più economica.
Unico inconveniente, leggere speditamente i segnali, spicciarsi, e non perdersi.
Ho ricevuto risposte in spagnolo e inglese, chè va da sè che per spagnola e americana passo, in viaggio, sempre.
Ho raggiunto in un baleno la fermata del tram, precipitandomi fuori dalla metro.
Alla macchinetta posta sotto la cortissima pensilina, ho fatto il biglietto, attendendo impaziente gli 8 minuti lampeggianti sul tabellone la distanza temporale sino all'arrivo del tram.
Sono salita, obliterando il biglietto, e solo da seduta ho notato campeggiarvi sopra l'enorme cartello, sul quale hanno sentitamente scritto, a grandi lettere colorate: "non timbrare il biglietto equivale a frodare!".
Ho osservato le donne sedute compite nei vestiti aggraziati, affrontare il passaggio del tempo in una smorfia mista di sdegno e compiacimento.
La lentezza delle manovre del tram, che scivolava leggiadro sui binari curvilinei incastonati tra asfalto e prato inglese, ha cominciato a farmi salire l'ansia.
All'improvviso il segnale sonoro dell'apertura e chiusura delle porte è stato sopraffatto dalla voce meccanizzata che invitava a rimuovere l'ostacolo ivi presente.
La parola rimuovere ha continuato a ripetersi nel vagone del tram, e da dove ero seduta non capivo se ci fosse un oggetto o un corpo.
L'indifferenza silenziosa dei presenti, scocciati dall'intoppo, ma fiduciosi nella pronta rimozione, mi è sembrata degna di un film di fantascienza.
Che si potesse trattare di un corpo intero, o dell'arto di un malcapitato, o di una borsa, o di una pernacchia del vento a tanta costumatezza, a nessuno è parso importare.
L'importante è adempiere al proprio dovere di cittadino e timbrare il biglietto, salendo sul mezzo pubblico.
Sono arrivata per tempo in aereoporto, dove ho trovato file immense per varcare i controlli, e nemmeno un po' di free wifi, nemmeno una presa per caricare il cellulare.
Tutti, meccanicamente, ci siamo tolti chi la cintura, chi altre parti in metallo di cui ammobilia il corpo per uscire di casa.
La stronza ai controlli mi ha tolto la reflex dalla sua custodia, sbattendola malamente nel vassoio di plastica bianco opaco.
Lo smalto trasparente che avevo dimenticato in valigia, invece, non ha dato fastidio a nessuno.
Un'altra stronza mi ha intimato, a muso duro, di infilare i miei bagagli a mano l'uno dentro l'altro.
Eppure un tempo, almeno in aereoporto, le cose venivano chieste con garbo e con educazione.
Anche all'andata, ora che ci penso, la tipa al gate ha sclerato con me ed un'altra passeggera, indicandoci erroneamente il volo per il quale stavano imbarcando in quell'istante.
Senza contare la hostess sul volo di ritorno, che, per averle chiesto se potesse fare un po' indietro il carrello con le bibite per consentirmi di andare alla toilette, ha sorriso con arroganza al collega, dicendo, letteralmente, nella sua lingua: "è pressante questa sua esigenza...".

La mancanza assoluta di ospitalità della maggior parte di questa gente discende da fattori culturali di cui andare poco fieri.
Nella città che ho visitato, nonostante il miscuglio notevole di razze, ho notato, più che altrove, una ghettizzazione feroce, sguardi rabbiosi, distanze invalicabili.
È un porto di mare, pur non essendo propriamente una città di mare.
Alzi la testa, e vedi uno scorcio che ti fa sentire di essere precipitato, d'improvviso, nel cuore di Praga.
Ritrovi l'atmosfera festaiola dei quartieri del centro di Barcellona, e l'organizzazione del paesaggio urbano che porta alla mente Valencia.
Se non prenoti per tempo un tavolino al sole per fare colazione, ti freghi.
Tutto ha un prezzo, anche se talvolta irrisorio, e tutto va comprato.
È un posto splendido, ma nel contempo terribile.
Stimolante, ma castrante, per quella alienazione in cui la vita cittadina inevitabilmente trascina.

E forse tornerò.
Forse no.
I forse sono l'unica certezza cui posso tenermi.



























martedì 20 giugno 2017

PRIMEGGIARE



A qualcuno pare non importi altro.
Non per ciò che si conquista, a parte una discutibile gloria personale.
In sostanza, un fine che si esaurisce in se stesso.
Un contenuto che esclude il contorno, che si fa perimetro stretto di se stesso.


Il giorno che mi faccio calpestare o offendere senza fiatare da qualcuno che pensa di primeggiare su tutto e tutti, trascinandomi in una competizione, reale o virtuale che sia, deve ancora sorgere su questo pianeta.
Sui mondi paralleli che ciascuno nella propria fantasia costruisce è un altro paio di maniche: arrivo comunque sin lì a prendere per le orecchie le persone e trascinarle sul campo da gioco reale.

Arrugas



Sono stata a trovare mia nonna, oggi.
I suoi figli hanno deciso concordemente di trasferirla in una struttura per anziani.
Si canta insieme, si fa palestra insieme, si mangia insieme e bla bla bla.
Una struttura super moderna, super fantastica, dove si mangia bene e gli infermieri, o quel che sono, sono tutte brave persone e trallallà.
Qualcuno è in condizioni disperate, qualcuno ci è andato di sua iniziativa, qualcuno è inaspettatamente giovane d'età e nel pieno delle facoltà.

Mi è sembrato di essere entrata nel film "Arrugas", d'improvviso, e ho provato una profonda tristezza.

Mia nonna ha rinunciato a vivere.
Fosse per lei, si lascerebbe morire seduta stante.
Non ha voglia di vivere.
Non le importa più di nulla.
Eppure, per l'età che ha, potrebbe ancora fare moltissimo.
Eppure, anche quando era più giovane non ci ha mai tenuto a fare moltissimo.
Anche fare qualcosa di più le è sempre pesato.

Ed io sarò un'ingrata e una stronza, sarò una che non capisce nulla e che non riesce a mettersi nei panni degli altri fino in fondo, ma non oso immaginarmi, da anziana, seduta su una sedia a rotelle a lamentarmi, abbandonandomi all'indolenza e alla noia di vivere.
Aspettando che il Signore mi prenda.
Non riesco a immaginarmi a cercare giustificazioni per lasciarmi morire.
Perchè la sola idea mi fa morire.


lunedì 19 giugno 2017

L'ORRIDO


A distanza di tanti anni mi viene in mente, guardando una foto su internet, di quando andai all'Orrido di Botri.
Non era consentito l'accesso, in quel periodo.
Stava arrivando la primavera, ed io ero stretta nella mia felpina bianca, onde di capelli sciolti e disordinati nelle foto in raw che non ho mai convertito in jpeg.
Scavalcammo per accedere, prendendo il percorso sul fiume, cui non erano state ancora legate le corde per consentire di aggrapparsi e non scivolare in acqua.
Un'acqua gelida.
Immersa fino alla vita, vestita, per attraversare un tratto magnifico altrimenti inaccessibile, a un certo punto ho pensato di perdere i sensi.
L'acqua ribolliva fredda sotto la quieta superficie, ed io immobile, venivo raggiunta da una voce che mi esortava a camminare.
Ero immersa fino al petto, ormai, ma non ero più lì.
Sono uscita dal torpore indotto dall'acqua che stava per inghiottirmi, e ho continuato sino a scalare le rocce nere e levigate, acciottolate sotto il flusso cospicuo proveniente dalla montagna.

Mi domando se in acque gelide come quelle sono in grado, oggi, di riguadagnare la salita.
Se le circostanze della vita che dipendono dalle mie scelte e dal mio coraggio, non risentano troppo di un certo margine di fortuna e sfortuna ineliminabili.
Mi chiedo se l'angoscia che mi schiaccia il petto sia contigente e quanto.
E per quanto tempo ancora.
Guardo sempre ai tramonti sui giorni come se fossero gli ultimi.
Cosciente di quanto sia stato un soffio la vita sinora, e quanto rapida scorra, raffreddandosi, nel processo inverso rispetto a quello seguito dalle stagioni.
Mi sembra di passare dalla primavera all'inverno.
Chè fosse stato autunno, l'inverno sarebbe stato quanto meno prevedibile e preannunciato.
E invece, così, sono stata presa contropiede.


MULINI A URAGANI


Chè il vento è per principianti.

Ed io l'uragano non so come contrastarlo oltre.

domenica 18 giugno 2017

NELLA PIOGGIA


Ti domandi cosa c'è da coprirsi, perché scappano tutti dalla spiaggia.
Sono solo due gocce di pioggia.

All'improvviso un acquazzone estivo mette fine ai giochi.

Tuoni e lampi, il grigio roboante delle nuvole che dalle montagne si trascina sino al mare.

Sino a dissoversi sull'orizzonte.

Ripari sotto il lido, prendi una corona con lime, e le patatine abbinate al pepe rosa.

Sgranocchi distratta mentre fingi di occuparti in una conversazione che non ti interessa.

Vorresti essere altrove, mentre sei lì.

O quanto meno da sola.

Perché lo sei, sola, e come spesso accade lo sei in mezzo alla gente.

Osservi un gruppo di ragazzi seduti a un tavolino più in là.

Ragazzi e ragazze molto carini, concentrati sui propri cellulari

Ti domandi perché non si guardino negli occhi.

Perché non si guardino intorno.

Perché sprechino, in un posto da dio, con una bella compagnia, il proprio tempo a guardare un fottuto schermino di cellulare.

Ti ricordi che tu, in buona compagnia, il cellulare te lo scordi, perché non ti frega nulla di astrarti dalle cose.

Perché ti ci tuffi, nelle cose.

Ti domandi cosa ci fai lì, in mezzo a muscoli e tatuaggi, a micro bikini, a capelli tagliati con precisione millimetrica e ali di gabbiano che spiccano quasi il volo su dei visi che hanno perso in anticipo la freschezza della gioventù.

Ti domandi se esista un angolo di mondo in cui sia possibile non sentirsi così soli e ti ricordi che si, c'è., e non è un luogo.

Un piccolissimo angolo di mondo che non è qui e non sembra essere alla portata di questa vita.

È ora di rientrare, e dovresti seguire le regole imposte dal luogo.

Scegli la via difficile, quella che non conosci e non hai mai percorso, per affacciarti da vicino sul rosa dorato del tramonto che spunta sotto la coltre impenetrabile di nuvole grigie.

E la via difficile, sebbene impervia, nonostante piova, è l'unica che valga la pena percorrere per dare un senso a una giornata che, altrimenti, sarebbe uguale a tante altre.




venerdì 16 giugno 2017

COME QUANDO DECIDI DI METTERTI CARINA E USCIRE


E' uno di quei rituali necessari per farsi passare il cattivo umore.
Il vestitino corto a fiorellini, che ben si abbina alla dolcezza di cui sono dotata per apparenza e non per indole, il fondotinta messo bene per coprire ogni traccia che possa ricondurre alle lacrime versate, alla rabbia repressa, e a tutto il pandemonio che mi trascino nella testa.
Che altro?
Ah, si, devo passare a casa a mettere i tacchi.
Anche se ho le gambe che mi fanno male, perchè questa settimana, nello spazio tra il lavoro e il lavoro, c'ho inserito quello per i lavori manuali.
Prendi pesi, sposta pesi, componi pesi, aggiusta quello che si rompe, reinventa le prospettive, adegua le soluzioni più economiche, sono solo alcune delle capacità richieste ad una donna che decide di ristrutturare un immobile in economia.
Le mattonelle pesano 'na cifra.

Sono andata al negozio a prendere della roba idraulica, e ho trovato, dietro il bancone, due uomini vagamente sovrappesantiti dalla vita, badare con difficoltà a 3 clienti contemporaneamente.
Uno, a un certo punto, tra la noia e l'insofferenza, mi risponde che riesce a fare solo una cosa per volta, di non sovraccaricarlo.
Ho suggerito ad entrambi di mettere una donna dietro il bancone, perchè noialtre siamo multitasking, e facciamo dieci cose insieme.
L'ho detto con il sorriso, ma loro hanno accolto la battuta a muso storto.

Vorrei che il mondo funzionasse alla mia velocità, invece di essere sempre obbligata a rallentare.

mercoledì 14 giugno 2017

SPRECARSI


Il termine "sprecarsi" resta in agguato in ogni decisione.
In ogni incontro.
In ogni possibilità.

Sarà una conseguenza innegabile del consumismo, applicata per traslazione ai luoghi e ai rapporti.

Se resto qui, rischio di sprecare la mia vita.
Se me ne vado, rischio di sprecare ciò che ho fatto finora.
Se scelgo te, spreco ogni altra possibilità di incontrare qualcun'altro.

E mentre si elabora e si interiorizza il termine "sprecarsi", mentre si pontifica sulle congetture fantastiche nelle quali va alla deriva, si spreca per davvero la vita, confinandola nel limbo dell'indecisione.

Il limbo delle cose tralasciate, non avverate, dismesse perchè non erano abbastanza.

E il concetto di "abbastanza", come il termine "sprecarsi", reca con sè un guazzabuglio di assurdità alquanto notevoli.

Non si è mai abbastanza per niente e nessuno.
Niente e nessuno sono mai abbastanza per noi stessi.
Ci si spreca quotidianamente in attività che non apportano nulla, se non in termini materiali, alla propria esistenza, che non può tradursi in mera sopravvivenza, ma a quella si riduce.

Sono frustrata dall'incertezza nella quale verso, e cui non sono abituata.
E, costretta nell'incertezza, desisto, prosciugata di ogni energia.






martedì 13 giugno 2017

NEMMENO GRAZIE



Succede di rinvenire un bel cellulare nuovo, a terra.
Succede che lo porto ai carabinieri.
Succede che viene rintracciata la proprietaria.

Succede che nemmeno grazie.



Una volta che ero a Roma, trovai a terra, zona Parioli, un portafogli gonfio di soldi e carte di credito.
C'era un uomo che scaricava la spesa dalla macchina per metterla nel cancello e pensai gli fosse caduto.
"Scusi, le è caduto il portafogli!", porgendoglielo.
Guardandomi con diffidenza, come se fossi una malvivente, mi rispose che non era il suo.
Lo aprii davanti a lui, e tirai fuori un documento che ritraeva una persona anziana.
Io ero a piedi, e dovevo raggiungere un amico con cui rientrare a casa in macchina.
Gli chiesi la cortesia di portarlo lui ai Carabinieri.
In modo scortese l'uomo si rifiutò.
Gli dissi solo allora che poteva essere il suo, di portafogli, e che magari gli avrebbe fatto piacere che qualcuno glielo rendesse.
Acconsentì controvoglia.
Suppongo abbia buttato il portafogli nel secchio, dietro le mie spalle.



La morale qual è?

Non ne ho idea.

Ciascuno tiri le proprie conclusioni.

A me l'onestà non ha mai portato da nessuna parte.
Non in tv, non sui giornali.
Mai nemmeno un grazie.





sabato 10 giugno 2017

LA BELLISSIMA VERSIONE ESTIVA DI ME


Mi ha videochiamata.
Ho il viso un po' emaciato, ultimamente.
Non sono un bello spettacolo.

Mi sono seduta a terra con il piccolo schermo luminoso in mano e mi ha sorriso.
E gli ho sorriso.
Nella mia magliettina bianca estiva, che lascia le spalle e le ossicine scoperte.
"Sei bellissima", e ho attaccato piangendo.
Ho i nervi a pezzi.

Non so come far fronte a questa situazione.
Ho ripreso a fumare, e stasera ho mangiato, dopo parecchi giorni, una quantità consistente di pizza.
Io non so cosa accadrà di me, e di tutta questa storia.

mercoledì 7 giugno 2017

AL LAGHETTO


E' rientrata a casa, finalmente.
Le ho chiesto di vederci, che avevo bisogno di fare due chiacchiere dal vivo.
Ché di telefonate ce ne siamo fatte così tante, io a lei, lei a me.
L'unica che sa tutto.
Tutto ciò di cui si può sapere (chè del resto è meglio non dire, no?).

Ci siamo date appuntamento a metà strada, e abbiamo parcheggiato l'auto poco distante dalla deliziosa passeggiata pedonale sul laghetto.

Abbiamo preso l'occorrente per una colazione, e ci siamo sedute sulla panchina.

Mi ha ascoltata.
Come sempre.

Ed io mi sento grata della sua impagabile amicizia.
Grata che mi voglia bene.
E di volerle bene.
Perchè è un privilegio.


martedì 6 giugno 2017

MI RITRAGGO NELLE ACQUE SALATE



Mi tuffo nelle mie apnee.
Di quelle estive fatte di alcol e di mare.
Di amici e vestiti estivi svolazzanti.

Le mie bracciate non coprono la distanza delle isole negli arcipelaghi.

Ho gli occhi gonfi di acqua salata, in compenso.
Una pioggia invertita che, invece di cadere sul mio corpo, ne viene espulsa.
Come l'acqua delle sorgenti, che risale dal profondo sino a ribollire sulla superficie, esplodendo in cerchi concentrici.




LA TERRA SOTTO I PIEDI



È questa che manca.
Questa.
Per una serie infinita di ragioni, tutte valide.
Almeno nella mia testa.

Sbilanciarsi per cadere?
Quando si ha la certezza matematica di cadere?
Quando tutti gli elementi assomigliano, uniti come puntini, alla somma illustrata di questa certezza?

Ho faticato così tanto, per reggermi in piedi, e anche un colpo di vento, talvolta, mi affatica.
Mi destabilizza.

Mi sono ritirata nella riflessione, ma ho bisogno di un luogo diverso, che non mi distragga.
E da sola.

lunedì 5 giugno 2017

IL VESTITO DI CENERENTOLA AL BALLO




Si sono conosciuti non so bene se su un sito di incontri o qualcosa del genere.
E' partito immediatamente il fidanzamento ufficiale, poi la gravidanza, poi il matrimonio.
Cui lei si è presentata trionfante con il vestito di Cenerentola al ballo.

La trasposizione di una favola nella realtà, con colonna sonora salsera e allestimento kitch.

A volte mi domando se abito una realtà parallela di cui sola conosco l'esistenza.
Mi domando se il mio adattamento notevole al luogo in cui vivo, riesca davvero a sopperire, poi, al distacco che accuso nei confronti di chiunque mi circondi.

Le rughe che mi solcano il contorno degli occhi, quando sorrido, mi rinviano, nella mente, ai cerchi degli alberi.









MORDICCHIO



"Assomigli a quel personaggio... come si chiama... quello tanto carino, che mangia tutto, che sembra così innocuo e invece se si incazza diventa una belva?"

Dice che somiglio all'animaletto di Futurama.



FIDARSI E AFFIDARSI



Faccio estrema difficoltà a fidarmi.
E ad affidarmi, anche.

Riconosco quanto il passato incida nei processi relazionali odierni.
Quanto certe bruciature riemergano sotto la cenere del tempo.

Sono al lavoro, ho tolto le scarpe belle e faticose e sono restata scalza.
Non c'è gente, nessuno mi vede, a parte l'aria che ho intorno.

Vorrei prendere le cose con calma, ma ho l'affanno.

C'è sempre così tanto da fare, che la vita sembra assorbita da incombenti che solo la distraggono dal suo svolgersi naturale.

Altrove sarebbe ugualmente così?

Sarebbe peggio?

Quanto dannatamente mi mancherebbe il mare, il profumo della macchia mediterrenea, il gusto impagabile del cibo di casa mia.

Sono al lavoro, e altro lavoro mi chiama.

Mi manca il tempo, e devo impiegarlo al massimo per guadagnare altro tempo per vivere.


domenica 4 giugno 2017

L'ACCENTO DI RENZI




Al mare, con un'amica, ho steso l'asciugamano colorato su un angolo di sabbia dorata, di uno dei tratti di spiaggia che preferisco.
Ho fatto il bagno, l'acqua era piacevolmente fresca.

I capelli che ho tagliato sono cresciuti tanto da sembrare una criniera.
Non ricordo di avere mai avuto così tanti capelli in vita mia.
E nemmeno una ricrescita così strabiliante.

Siamo salite sul lido dove fanno un discreto tiramisù artigianale in barattoli di vetro che usano anche per i cocktails, e naturalmente ne ho preso uno.
In realtà sono partita da casa con questo proposito.

Sono ritornata in spiaggia, anticipando la mia amica che invece si è trattenuta un po' sul lido e, lì accanto, un gruppetto di uomini ha scortato con lo sguardo il mio arrivo.

Parlottavano a bassa voce tra di loro sulle tette delle donne sulla spiaggia.

Su quelle rifatte, e su quelle naturali.
Uno di questi, con un marcato accento toscano, ha espresso ad alta voce la sua preferenza per le tette naturali, guardando verso di me.

Cinque di loro, l'uno accanto all'altro, in gruppo, come dei deficienti, in attesa di una mia reazione.

Li ho ignorati e mi sono stesa, ad occhi chiusi, sull'asciugamano.

E' sopraggiunta la mia amica, e il tipo con l'accento toscano ha continuato a parlare, alzando sempre di più la voce, in modo abbastanza molesto.

"Hai notato come l'accento toscano, prima tanto delizioso, sia diventato, con l'avvento di Renzi, particolarmente sgradevole?", ho detto alla mia amica.

I cinque hanno cominciato a sbaraccare le loro cose per andare via
Il toscano, ad alta voce, ci ha tenuto a dire che comunque non c'erano tette particolarmente significative sulla spiaggia, e che l'unica donna che veramente l'aveva colpito era la "mammina" che aveva visto a spasso con il figlio la sera prima.
Molto giovane, ha precisato.

Sono andati via sulla scia di questa profonda considerazione.

"Si, decisamente un accento insopportabile...", ha risposto la mia amica.




POSSIBILITA', OPPORTUNITA', SALTI NEL VUOTO



E' di questo che discutiamo.
Io da qui, e lui da lì, attualmente.
Di quali possibilità abbiamo, e in quanto tempo, e con quali risorse.
L'una esclude l'altra.
Nel mezzo non si può stare.

Ed il tempo, adesso, è quasi esaurito, come l'aria quando si resta in apnea per troppo tempo.

Bisogna emergere in superficie, e decidere se tornare sull'isolotto pieno di grazia sul quale ci siamo sospesi nel mare, o raggiungere la terraferma, con i suoi pro che pesano quanto i suoi contro.

E la parte positiva di me, quella ottimista, valuta le nuove possibilità come opportunità.
E sono io la mia opportunità di vita e sopravvivenza, a prescindere da chiunque altro, e da qualunque luogo.
Nel contempo, non sono sola.
E lui non è solo.
Siamo separati da una distanza da colmare.
Di quelle fatte per raggiungersi, in cui si tendono le dita delle mani, tra i fili delle connessioni.
Che poi, davvero, chi lo sa cosa ci attende, varcate le soglie del presente.
Quanto sia lecito e utile fare programmi a medio e lungo termine.
La vita si capovolge in un attimo, e non ti avverte, ti travolge, anzi.






"all things are ready if our minds be so"

William Shakespeare




sabato 3 giugno 2017

SETE E NUTRIMENTO



Mi sono immersa nella natura come ci si immerge nel mare.
Ho trovato l'azzurro nel verde dei boschi, e l'ho accarezzato con occhi e mani.
Avevo sete, ma ho versato l'acqua nel palmo delle mani, per offrire nutrimento.

Quanto dura la vita delle farfalle?
Un attimo.
E in quell'attimo devono vivere, e fare tutto quello che la natura richiede loro, perchè non hanno tempo di riflettere, non hanno modo di posticipare, debbono solo seguire l'istinto per sopravvivere.

La mia vita dura più di quella delle farfalle, apparentemente, ma mi pare soggetta alle stesse ferree regole.



venerdì 2 giugno 2017

DI AEREI, DI NUOVO, E DI INCOGNITE



Un altro aereo, ma nessuna stazione nella quale salutarsi.
Un'andata che presuppone un ritorno, ma che non significa, poi, restare.
Perchè restare un altro po' degenera in "adesso bisogna decidere che fare di questa vita".

Proseguire da soli.
O proseguire insieme.
Proseguire dove.
Qui, là, o dall'altra parte del mondo?
A nord, o a sud del mondo?
Lontano da qui.
O vicino.
La famiglia che si lascia, gli amici che restano.
Le distanze.
Le difficoltà.
Le angosce.

Ed io, che non lo so.
Se si prosegue insieme.
Se resto.
Se vado.
E come.
E dove.




lunedì 29 maggio 2017

MEZZA GIORNATA DI UN GIORNO INTERO



Ci eravamo entrambi già stati, altre volte.
Tante volte.
Ci abbiamo anche vissuto.
Da soli.
Con altre persone.
In un passato che appartiene ormai ad altre vite, che non ci importano più.

Abbiamo mangiato, a ridosso del mare, una fritturina di pesce innaffiata da un bianco frizzantino della casa.
Il passaggio del tempo è stato inclemente, con alcuni luoghi: il degrado e la folla hanno seppellito la poesia del piccolo porticciolo, che nei ricordi era bello e silenzioso.
Abbiamo scattato qualche foto un po' più in là, scavalcando un piccolo muro costruito sul mare.
I cocci verdi di bottiglia sparsi a terra, come un terribile ed invalicabile prato in contrasto con l'azzurro del mare, non ci hanno invogliato a trattenerci oltre.

Avevo ai piedi i sandali che abbiamo comprato insieme.

Ci siamo lasciati il mare alle spalle per raggiungere una località dell'entroterra.
Tra le rocce filtrava caldo il sole estivo, riflettendo una luce polverosa.
Gli ho scattato dei ritratti con la reflex, nel punto esatto in cui ci siamo astratti dal resto del mondo, nella bolla di luce che il sole incastonava nella roccia porosa.

Ho realizzato che non ho alcun rimpianto.
Che ciò che è stato è davvero andato.
E che questa è una nuova vita.
Una vita resuscitata su quella seppellita.


lunedì 22 maggio 2017

LARDO DI CINTA SENESE E CANNONAU


La mia cena stasera.
Chè, se muoro, chi se lo deve godere quel lardo di cinta senese sotto vuoto che mi tengo caro caro da Natale?
Chi deve godersi il vino che ho collocato nella cantinetta di legno di ikea?
Chi?

Ho voglia di fumare, ma non mi va di scendere barcollando fino al bar a comprarmi le sigarette.
Che poi ho smesso di fumare, ma giusto una sigaretta, adesso, davvero me l'accenderei.

LA LITE


Lo porto in una piscina termale non lontano da qui, che frequento abitualmente e considero una delle mie personali fonti di giovinezza, insieme al mare, alla montagna e al buon cibo.

Immerso fino alle spalle, sorride come un bambino, nell'effervescenza dei getti d'acqua strategicamente posizionati ai bordi della vasca.

Ci rilassiamo, come ci sembra sacrosanto diritto fare, dopo tanto studio e tanto lavoro.

Intravvedo un noto collega in acqua e faccio finta di nulla.

Bavoso come tanti, e decisamente non rientrante nella sparuta minoranza di gente onesta di cui ho stima, nel settore, è in piscina con moglie e figli.

Ed io non sapevo nemmeno fosse sposato.

Ad un certo punto, lei esce dall'acqua, con il costume very sexy, e molto costoso, quanto poco appropriato al contesto pomeridiamo familiare e rilassante nel quale, protagonista di prepotenza, buca la tela della cornice del quadro in cui si inserisce.

Noto una particolare furia cieca nel rientrare in acqua, lo sguardo fisso e rabbioso rivolto all'indirizzo dell'ignaro e impunito marito.

"Chi cazzo è (segue nome e cognome di donna)? Da quanto tempo la frequenti?", urla la donna ad alta voce dinanzi ai bambini che continuano a schizzarsi, in acqua, come nulla fosse, presumibilmente abituati ad assistere a scene del genere.

Faccio cenno a lui, poco più in là, di allontanarci.

Le urla hanno coperto il fruscio degli alberi e il rumore rilassante dell'acqua.

La piscina si è rapidamente svuotata.

"Questa gente è completamente fuori di testa! Senti come urlano! Ma non hanno alcun pudore?", mi dice esterrefatto e scocciato.

Forse lei tenta di mantenere una parvenza di dignità facendo finta di incazzarsi quando scopre il nome di qualcuna delle trombamiche di lui.

La replica di lui?

"La devi smettere di guardare il mio cellulare!", con sentimento e trasporto.

"Lo conosci a quello?", mi chiede.

"Si. È un collega. Una persona di cui non ho stima", rispondo secca.




NON ESSERCI



La sensazione, rispetto a certi turbamenti, resta sempre quella di esser sola.
Di non avere un'estensione fisica del mio corpo su cui fare affidamento, per difendermi, per proteggermi, e nemmeno armi realmente valide, ma solo l'involucro fragile fatto di carne, ossa e pensieri, nel quale ripiego.

Avevo degli appuntamenti di lavoro, nel pomeriggio, che per fortuna non ho dovuto rinviare, ma mi hanno rinviato a domani.

Sono rientrata a casa, sono sul letto, dopo una giornata intensa e le lacrime che quasi non trattengo.
E che ho trattenuto già in due occasioni, oggi.
La tensione è tale che mi pare quasi di vedere la trasposizione in forma di nuvoletta attorno al mio corpo, come un vapore denso e opaco, impenetrabile.

So bene di non essere invincibile.
So bene di essere indifesa.
Ho i singhiozzi che mi riempiono la gola e nessuna voglia di trattenerli.

Sono forte perché mi faccio forte.
Sono sicura di me perché mi faccio sicura.
Esteriorizzare queste cose, in parte, me le fa interiorizzare.
Accrescono qualcosa che certamente c'è già.


Ho ricevuto minacce ignobili, per il lavoro che svolgo.
Sono stata a fare denuncia dai carabinieri.
Non è la prima.
Di mio non retrocedo di un passo.
Non mi vittimizzo.
Ostento sicurezza.
Dentro sono rabbiosa e in tensione.
Sono anni che va avanti questa storia e non ho più voglia di tenerla per me.
Nemmeno qui.

Ricevere minacce significa avere sempre un'attenzione in più quando esco o rientro a casa. 
Quando parcheggio e poi riprendo l'auto.
Quando vado al lavoro e nella vita privata.

La mia famiglia, puntualmente si allarma.
Stamane ho trovato mia madre che tremava.
Qualcuno mi guarda come se fossi una bestia rara, che para ogni colpo.
Corpi contundenti lanciati contro un muro che non crolla sotto il peso della violenza.

Mi faccio muro.
Dalle crepe lascio crescere, spontanei, i fiori.



domenica 21 maggio 2017

L'INSISTENZA CON LA ZETA MAIUSCOLA


Mi ha fatto leggere il messaggio che gli ha inviato una "ex collega", con cui dice di non avere mai avuto alcun tipo di rapporto al di fuori dell'Università.

Non ho particolari ragioni per non credergli.

Non si vedono di persona da qualche anno, si sono sentiti telefonicamente, di recente, per questioni di lavoro.

Nel messaggio lei gli dice che viene con una coppia di amici a fare un giro qui, dove viviamo (dista un'oretta da dove vive lei).

Aggiunge che lei viene solo se c'è anche lui, perché gli amici sono una coppia, e lei non vuole stare da sola con loro, ma approfitterebbe del fatto che vengono per vedere lui.

Aggiunge ancora che le farebbe davvero piacere uscire insieme, e che lo passerebbe anche a prendere, nel caso.

Chiude con un "insomma, ci saresti?".



Le ha scritto che, come le aveva già detto per telefono, ha una relazione e non è interessato a uscire con lei, e di non averle mai dato adito per pensare il contrario.

Lei ha ritenuto opportuno rispondergli per iscritto "che schifo".

L'insistenZa l'ha portata a rinnovare l'invito a voce con una telefonata.
Lui le ha ribadito il punto, infastidendosi per la confidenZa che questa persona si è presa e che lui non ha mai dato.

Ha dovuto bloccarla.


Sto esplorando, attraverso di lui, il lato oscuro del mondo femminile.
Quello fatto di donne lanciatissime nei confronti del genere maschile, che "ogni lasciata è persa".
Donne che non ammettono di ricevere un rifiuto, e che insistono sino allo stalking.
E finché parliamo di uomini impegnati che volgono gli occhi altrove, posso anche in parte concepire che una donna (libera) si presti ad una conoscenza.
Dove invece un uomo dice che ha una relazione e non è interessato ad altro, e lo esplicita, cosa c'è da insistere?
Perché insistere?

È così poco dignitoso...

Considerato che questa donna permane nel contesto accademico di riferimento non per le impagabili doti intellettuali o per quello che le esce dalla bocca, ma per quello che notoriamente vi entra (ognuno applica a suo modo, nel lavoro e nelle relazioni, il concetto di resilienZa battuto nei migliori articoli del globo), presumo che la dignità non sia all'apice della scala delle sue priorità.

Di fronte a queste situazioni sconce, cerco di mantenere la calma.
Mi porterebbe via troppo tempo prendere a schiaffi l'insolenZa di questa orde di galline arrapate, che si lancia indifferentemente su ogni maschio a tiro.







giovedì 18 maggio 2017

LA ZUPPA DI LEGUMI


Apprezzo davvero tanto che mi abbia portato il pranzo mentre studio, per non farmi cucinare.

Anche se con questo caldo, in pieno giorno, avrei preferito qualcosa di più fresco (ma assolutamente non mi lamento!).

L'altro giorno ha preparato l'insalata di riso e mi ha portato a mangiarla nel piccolo bosco sul mare che gli ho fatto conoscere io.

Voleva comprare un cesto per il pic nic, di quelli carini, ma un po' scomodi da portarseli dietro.

Gli ho detto che lo zaino (gliene ho regalato uno come il mio per le passeggiate in montagna) è più pratico e comodo del cesto.

È tanto che non sono abituata a piccoli gesti deliziosi da parte di un uomo, e ancora mi fa meraviglia, a distanza di mesi, di essere trattata come una donna.

Mi viene in mente il modo in cui sono stata approcciata negli ultimi anni.
I relitti umani che non sanno comportarsi con l'altro sesso.
Rabbiosi, rancorosi, pretenziosi e senza null'altro da offrire che comportamenti terra terra.
Offensivi e sessisti, abbonati a frasi e battute di circostanza.
Gente che si nasconde dietro una tastiera.
Maschi che non ti invitano a prendere un caffè, figuriamoci una cena fuori.
E che se lo fanno, si aspettano automaticamente qualcosa in cambio, fosse anche solamente di rinfacciartelo.


Mi sento fortunata ad avere un uomo che si preoccupa di prepararmi il pranzo mentre studio.
Ecco.
E mi sembrava valesse la pena scriverne, per averne memoria nel tempo.



LE ASSOCIAZIONI MENTALI AL DOVERE


Tutto questo studio mi porterà a breve in città.

E il dovere va fatto, ma naturalmente ci associo il piacere, che in questo caso riguarda una mostra bella, una passeggiata lungo il fiume, il mio adorato cacio e pepe con vinello della Regione in uno di quei localini che mette i tavolini in strada, non troppo turistico, un po' di shopping mirato, la lente della reflex puntata al cielo insieme ai miei occhi, o macroscopicamente assorta nei dettagli che passano inosservati ad occhio nudo e distratto.

L'eccitazione sottile dell'esplorazione, persino nei posti che conosco come le mie tasche, non mi abbandona mai, e forse ne sono fagocitata ben oltre la mia volontà.
Il cambiamento incombe su ogni cosa, e scorre rapido e impercettibile, talvolta rovinosamente: è sempre un così gran privilegio assistervi.

Ho fame, sempre, di vita.
Di riempire gli occhi di bellezza.
Di scoprire ciò che ancora non conosco.

Non saprei rassegnarmi a vivere chiusa in un luogo, senza affacciarmi sul mondo esterno, per quanto critichi le sue dinamiche malate, per quanto ne soffra.
È il mio mondo.
Mi appartiene quanto gli appartengo.
Non riesco a concepire distanza, se non nei termini che mi consentono di coprirla.


lunedì 15 maggio 2017

3 MINUTI ALLE 23


E a me pare notte fonda, mentre continuo a studiare, sotto la luce calda della lampada.
Sembra un piccolo sole racchiuso in una sfera di metallo.

I suoi occhi, alla luce del sole, assumono riflessi di bolle di sapone.
Ed è come fossero dipinte contro l'azzurro cangiante dell'iride.

Mi sento terra dove mettere radici.

domenica 14 maggio 2017

SPIGOLO CONTRO SPIGOLO



Come stelle che rotolano, nel cielo nero.

Certi difetti non si incastrano.

Certi altri si tollerano a fatica.

Altri ancora sono adorabili.

Ci facciamo del male e ci facciamo del bene.

Sembra che le due cose non possano camminare separate.






sabato 13 maggio 2017

DEVOLUZIONE E GALLINE


"No, mio figlio ha detto che alle 18.00 non può venire...", comunica telefonicamente la madre di lui alla vicina insistente che vuole conferma per il caffè.

Dopo dieci minuti, la vicina, la nipote e un'altra donna suonano al cancello di casa sua chiedendo di entrare.

La sua famiglia e lui, seduti a tavola a mangiare un piatto di pasta, reagiscono con sorpresa a questa intrusione, ma aprono il cancello e fanno entrare le donne.

Hanno portato delle uova fresche e un piccolo dolce fatto in casa, solo per lui.

Gli presentano ufficialmente la giovane nipote, e chiedono un caffè ("siamo stati interrotti nel pieno del pranzo!").

Insistono affinché lui assaggi il dolce, fatto, ribadiscono, solo per lui.

Fanno allusioni spicciole su di me, cui controbatte in modo inaspettato la madre, dicendo che il figlio sceglie autonomamente di frequentare persone per bene quanto lui.

Finalmente le galline se ne vanno, ma il pranzo con la famiglia che non vede quasi mai è interrotto irrimediabilmente da un caffè che ne ha anticipato la conclusione.

Lui comincia a sentirsi poco bene.

Gli gira la testa.

Voltastomaco.

Rimette schiuma.

Sarà stato il dolce.

La madre ricorda che la vicina, in passato, le ha riferito di conoscere una "maga" in zona.

Non so che razza di porcheria abbiano messo in questo dolce, ma la misura è decisamente piena.


Post scriptum: io, in tutto questo, sono a casa che studio nonostante tutto.



COME INSINUARSI NELLE VITE DEGLI ALTRI CON UN CAFFÈ



Una vicina di casa del ragazzo che frequento, dopo avere riportato episodi fantasmagorici sulla mia persona ai suoi genitori (che nemmeno ancora conosco, e non sono di qui), li ha messi alle strette affinché tutti insieme vadano alle 18.00 di oggi a casa sua per un caffè.

Per presentare dichiaratamente sua nipote a lui.

Perché questa disperata, a 23-24 anni, studentessa universitaria in città, non riesce a trovarsi un uomo da sola, e i parenti cercano di rimediare insinuandosi nella vita degli altri per procacciarle un uomo.

E allora la tecnica collaudata è quella di gettare fango su ogni altra donna che frequenta un uomo, per toglierglielo e "riassegnarlo" ai casi umani che hanno in famiglia.

"Ha detto a mia madre che vuole che conosco la nipote, che non sa che darebbe per andarsi a bere un bicchiere di vino sul mare, quando rientra dalla città dove studia, con un uomo. E perché io non sono di qui e non conosco nessuno, e potremmo fare amicizia."

"E tua madre che le ha risposto?"

"Che io ho già un'amica, qui."

Ecco il medioevo tutto italiano nel quale vivo.
Ecco come la gente che pure studia all'università, non riesce ad emanciparsi da queste dinamiche malate.
Perché a parte l'intervento dei parenti, la poverina quando è qui parcheggia l'auto davanti al cancello di lui, e passeggia sotto casa sua, buttando l'occhio dentro casa, per cercare di far capitare un incontro.

Provo quasi vergogna per loro.


giovedì 11 maggio 2017

SFINITAMENTE


Non va affatto tutto bene.

E di avverbi ne potrei usare tanti, ma mi risparmio.

Tra le molteplici sollecitazioni negative che sto ricevendo, alcune gravano in modo incredibile.

E non so come gestirle.

Ho la testa pesante di studio, e mi sento schiacciata sotto una coltre di nervosismo e frustrazione.

Tutto questo a breve terminerà, come è sempre terminato ogni ciclo vitale.

Come ci si arriva a chiedere se si è felici, se altri lo sono, se è rilevante saperlo.

O addirittura esserlo.

Come se fosse un dovere e non una sensazione talmente impraticabile, a volte, da sembrare pura fantasia.

Razionalizzare, quando si verte nel campo dei sentimenti, è quanto mai difficile.



mercoledì 10 maggio 2017

LO STUDIO REGOLARE


Non scrivo per ovvie ragioni di spazio e di tempo.
Ho le dita che reggono matite ed evidenziatori.
Tempero le punte quando si arrotondano per solcare meglio il mare dei fogli che ho davanti.
Non studiavo così intensamente da qualche anno.
Da quando ho preso uno degli ultimi titoli di studio all'università, insomma.

Ho i libri di Musso e Bauman (ed altri vari ed eventuali che ho comprato al negozio dell'usato per una manciata di euro) che attendono lettura sul comodino al bordo del letto, che si è riempito di smog e polline nel giro di qualche giorno.

Ho fatto qualche lavatrice, lavato i piatti, esaurito quasi del tutto le scorte di viveri (salvo acciughe e capperi, due zucchine, le patate e le uova).

Ho ridotto ai minimi termini i rapporti sociali con famiglia, amici, amore: quando si studia è così, non sono ammesse eccezioni, a meno che non ne vada della propria salute mentale.

Difatti oggi ho fatto un'eccezione e ho proposto a lui di fare due panini con crudo e mozzarella all'alimentari e di mangiarli sugli scogli al mare (la dimensione provinciale, in questo, lo ammetto, mi pare imbattibile in termini di qualità della vita).

Sono tornata a studiare con più grinta: lo iodio è portentoso!

E l'azzurro e lo smeraldo del mare, pure.

E questi abbracci pure, cui dopo tanti mesi ancora non credo siano reali, come se a cingermi fosse una nuvola densa di calore e non un corpo nel quale mi adagio.

Siamo passati a prendere un caffè e la barista - che lui ricordava particolarmente cordiale quando era andato da solo - ha assunto un atteggiamento scocciato e ostile, guardando lui quasi con rabbia.

E me con disprezzo.

Mi piacerebbe scrivere che si tratta di suggestioni mie personali, ma la verità è che il tempo che passo con lui in mezzo alla gente è fatto principalmente di occhiate di donne che lo sbranano, e atteggiamenti provocatori o sprezzanti nei miei confronti, che sto al suo fianco.

"Cosa diamine hanno le donne qui?", mi chiede nelle circostanze più sfacciate o esilaranti.
"Possibile che siano così agguerrite, che non le fermi nemmeno il fatto che tu mi sia vicina?", si sorprende ogni volta.

Eppure la barista con i capelli tinti e piastrati alla perfezione, con quelle unghie di plastica lunghe colorate di arancione fosforescente, ha guardato per davvero la mia figura con aria sprezzante, e lui, quasi a dire "perché lei e non io!".

Come se il suo essere artificiale in modo stucchevole fosse più gradevole della mia naturalezza priva di sovrastrutture.

Non a tutti piace la plastica.


Arrivati sotto casa sua, abbiamo visto il cane della vicina da solo, fuori dal cancello chiuso, visibilmente intimorito.

"Pronto, ciao, sono il vicino...", ha telefonato, mettendo il vivavoce.
La risposta piena di entusiasmo ci ha travolti.
"Volevo avvertirti che c'è il tuo cane fuori il cancello, sembra spaventato"
"Ah", pieno di tangibile delusione.
"Vabbè, pure l'altro cane sarà fuori, che non lo trovo..."

La vicina, sposata con figli, quando vado a casa di lui sta per tutto il tempo affacciata verso l'ingresso, monitorando i miei spostamenti.

L'interesse morboso per la vita d'altri è qualcosa che davvero non si può immaginare se non si vive sulla propria pelle.

E magari è davvero tanto tempo che non frequento qualcuno per mesi, ma tutto questo medievale disappunto di altre donne che vivono per accaparrarsi un uomo a tutti i costi, mi pare davvero insostenibile.

A maggior ragione che si traduce in approcci diretti a lui e atteggiamenti sgradevoli nei miei confronti.











martedì 9 maggio 2017

EVOCAZIONI E LA FIGURA MITOLOGICA DEL GRANDE AMORE


La storia breve che vi racconto ha come protagonista la sottoscritta che apre la mail e riconosce, tra la posta in arrivo, un indirizzo che le è noto, ma che non legge da anni.

"Sarà un virus, e la mail sarà di quelle partite automaticamente verso tutti gli indirizzi", ho pensato.

E nulla, non era un virus.

Ma è come se lo fosse.

E dunque non ho risposto.

Perché i più grandi amori della vita finiscono, si esauriscono, o li consumiamo fino a non lasciare che tracce poco profonde nella memoria, per camminarci dentro nei momenti di sconforto, dimenticando che il percorso vero è quello che calchiamo ogni giorno con nuovi passi.

La sua presenza, che è una distanza ormai incolmabile, è stata evocata nei giorni precedenti.

L'unico esorcismo che intendo fare è non curarmene, e continuare a studiare.


giovedì 4 maggio 2017

STASERA HO SMESSO DI STUDIARE



Ho studiato, studiato, studiato.

Finito di studiare, ho fatto una doccia, messo la maglia carina con i fiori colorati sui jeans scuri e le décolleté retro in pelle marroncina, e sono andata a lavoro.

Ho lavorato, lavorato, lavorato.

Sono uscita un attimo per una commissione e ho visto le nuvole pesanti e grigie avvolgere le montagne e incombere a ridosso del mare.

Mi sono trattenuta a cena dai miei, e ora dovrei tornare a studiare.

"Ti va una birretta? Non ce la faccio più a studiare, ho voglia di staccare un attimo", ho detto.
"Ci vediamo tra 10 minuti al solito posto", mi risponde.

E dunque, esco.
Interrompo per un'oretta lo studio.
Me lo merito, anche se non dovrei.
Il tempo stringe, ed io debbo studiare sino a rendermi impeccabile.
Come solo debbo impegnarmi a fare.




martedì 2 maggio 2017

IL TEMPO INSUFFICIENTE



Ho finito di lavorare, e sono stanca.
Ho cenato dai miei, perchè non avevo voglia di tornare a casa e cucinare, e mangiare da sola, e lavare i piatti.
Devo andare a casa, ora, per attaccare a studiare.

Ho mal di testa, e non passa.
Assolutamente non passa.

Mi sono svegliata una mattina senza averlo, l'altro giorno.
E mi è sembrato un sogno.
Un sogno già nuovamente terminato.

E non va bene.
Non va affatto bene star male così.
Non va male questo dolore costante alla testa che assorbe le mie energie e mi toglie tempo.
E mi distoglie da ogni cosa che faccio.


mercoledì 26 aprile 2017

FINISCO DI LAVORARE E VADO A STUDIARE



Parliamo di un periodo di studio breve e intenso.

Se sarà proficuo o meno dipende solo da me.

Nella fortuna non credo quanto nell'impegno.

E mi piacerebbe impegnarmi in altro, al momento, ma sono costretta a mantenere spiragli aperti sul resto del mondo, fino a chiudere tutto fuori, chiudendo me stessa dentro uno studio matto e disperatissimo fino all'ultimo minuto.

Quindi, tolto il lavoro che non posso tralasciare, ma posso contenere e limitare per un lasso di tempo limitatissimo, il resto me lo posso pure dimenticare.

Questa è l'ultima settimana che mi concedo di cazzeggio.

Devo chiudermi.

Vado per un po' in apnea.





sabato 22 aprile 2017

TARTUFO E PORCINI


Sono stata in giro nei dintorni del mio paese, a Pasqua, e ho visitato questo posticino delizioso dove non ero mai stata.
La via crucis dei negozi che offrivano e vendevano prelibatezze locali è stata la parte migliore del giro.
Ho afferrato con gioia biscotti e biscottini dai cesti colorati, e pezzi di formaggio abbinati a composte e miele da ogni piatto e vassoio.
Finché non ho incontrato, dentro una scatolina, dei tartufi.
"Li vado a fare io stesso, sono locali", mi ha detto il proprietario del negozio con cui ho fatto amicizia.
Li ho comprati per un prezzo irrisorio, e li ho spolverati, ad oggi, su cacio e pepe come sul formaggio cremoso e le patate fatte in padella con il vino.
Oggi è la volta del risotto ai porcini.
Con quello che mi avanza, vorrei farci anche il souffle al cioccolato.
Mi piace l'accostamento anche con il fondente.

"Ho comprato dei tartufi!", gli ho detto entusiasta, di rientro dal giro.
"A me il tartufo non piace...", mi ha risposto.

Del lardo di colonnata che degli amici mi hanno portato dalla toscana ha detto la stessa cosa.

Che peccato dover mangiare in solitudine, a uso e consumo delle mie sole finissime papille gustative, questi prodotti magnifici.

Che peccato.

Mentre ne scrivo sento già la salivazione che aumenta.

Vado a cucinare il risotto.

Sento già il profumo del tartufo.

Che poesia il tartufo.

Lo mangerei a mozzichi.

LA SCIAMPISTA


Ha insistito perché andassimo, l'indomani mattina, a sistemare il taglio artigianale, più corto da un lato.

Siamo andati, quindi, in questo negozio che taglia capelli a uomini e donne, per scorciare entrambi le folte chiome.

Prendono lui per primo, abbandonando me in piedi per una manciata di minuti.

La sciampista quasi lo prende per mano, per portarselo a fare lo shampoo.

Comincia a lavargli i capelli con estremo vigore e dedizione, mentre io rifletto su come sistemare i capelli.

Mi fanno sedere, finalmente, davanti allo specchio per elaborare il taglio, e dopo un po' mi fanno accomodare accanto a lui per lo shampoo.

Lui, ancora nel pieno del lavaggio, mi sembra insolitamente composto e rigido.

La testa reclinata all'indietro, lo sento irrequieto.

Finiscono di lavarmi i capelli, e lui è ancora lì, con le mani della sciampista in testa.

Ho pensato si stesse facendo fare un massaggio supplementare, su richiesta, e mi sono seduta, pettinata come una bambola dalla energica parrucchiera, che per poco non mi ha scuoiata viva, trascinandosi pure le orecchie con il pettine appuntito.

L'eterno shampoo di lui è stato interrotto dalla parrucchiera che lo ha letteralmente trascinato via dalle grinfie della sciampista.

Lo hanno fatto sedere accanto a me.

Nello specchio ho osservato, per tutto il tempo di taglio e asciugatura, la sciampista in piedi dietro di noi, con la mazza della scopa tra le mani e il labbro stretto tra i denti a fasi alterne, rivolgere occhiate insistenti a lui.

La scena mi ha divertito, anche se estremamente imbarazzante.

Lui, complice il taglio e la piega che non ha gradito, si è innervosito.

"Ti aspetto fuori", alzandosi mentre finivo di asciugare i capelli.

"Non metterò più piede in questo posto!", mi dice fuori dal negozio.

Non aveva chiesto alcun massaggio supplementare: la sciampista se lo è tenuto sotto, accarezzandogli il collo buona parte del tempo.

"Queste cose all'estero non mi sono mai successe!", mi dice innervosito.

Le donne, qui dove vivo, sono abbastanza arrapate e aggressive, c'ha ragione.

Anche e soprattutto con uomini accompagnati da altre donne.

Sarà la penuria di uomini, sarà patologico, sarà quello che vi pare: è abbastanza squallido assistere a certe scene, ogni volta che usciamo insieme.

Ed io gradirei, semplicemente, fare cose ordinarie senza sorbirmi il ridicolo degli altri.








mercoledì 19 aprile 2017

LE MIE FORBICI NELLE TUE MANI


"Tagliami i capelli", ho detto mettendogli le forbici in mano.
Mi sono seduta sullo sgabello in bagno e ho assistito al taglio senza lacrimevoli nostalgie per il pugno di capelli che reggeva tra le mani.
"Non voglio buttarli via", mi ha detto con i miei capelli stretti amorevolmente tra le mani, guardando con compassione il biondo che fu, di stagioni ormai trapassate.
"Buttali via, non voglio certamente conservarli", ho intimato.

E dunque, ho lo stesso taglio che avevo a 11 anni, adesso.
I capelli tagliati non mi mancano.
Mi sento alleggerita.
Mi annoiava, ormai, guardarli nello specchio.
Nelle foto.
Raccoglierli.
Spostarli.
Tenerli sulle spalle.

Stamattina sono stata dal parrucchiere per dare una sistemata al taglio artigianale, e li ha scorciati ancora un po'.

Ricresceranno.
Ed io, nel frattempo, sembro la bambina che ero, solo più adulta.


sabato 15 aprile 2017

IL CAPOLINEA


Un Inizio è sempre così facilmente distinguibile.
Il capolinea no.
Non si capisce.
Sarà per questa ostinata propensione all'eternità che scontiamo tutti in modo più o meno simile.
Sarà per l'incapacità congenita di concepire in modo anche solo approssimativo la fine, o la morte di qualcosa, oltre che di se stessi.

E non vale dire che se ci si interroga vuol dire che il dubbio coincida con la certezza di quel su cui si riflette.
Il dubbio resta dubbio.
La certezza è invece una convinzione che risposnde e corrisponde solo a se stessi e mai alla realtà delle cose, cui fatica ad aderire esattamente.

Siamo involucri fragili pieni di idee contraddittorie ed insensate, e di sensazioni fagocitanti.
Di stimoli e pulsioni che creano fessure, in quell'involucro, da cui trapelano.
Da cui sfuggono al nostro controllo.

La propensione ad immaginarmi come una linea retta soggetta a turbolenze e curvature, torna oggi a rappresentare la mia esistenza come un cerchio.
Lontana dal concetto di ciclicità.
Una figura geometrica piana, priva della solidità che ostenta, ma ben piantata sul foglio di carta su cui è disegnata.
Appiccicata al suolo dalla gravità che affligge l'inchiostro del segno, ma votata lentamente a evaporare, consumare, scolorirsi.

Sono un'immagine, riflessa in se stessa più che in una superficie estranea riflettente.
Non c'è nulla che mi rimandi la mia figura.
Solo distorsioni parallele e distanti.

Nel cerchio che sono, ogni punto, per quanto ultimo, è sempre il primo.
E ricominciare non ha senso, perchè ha senso solo continuare.


mercoledì 12 aprile 2017

TETTE A POSTO


Essere donna significa, tra i milioni di cose che significa, che arrivata a una certa devi fare la mammografia.

La mia mammografia, più ecografia, con macchinari sofisticati e all'avanguardia, costata appena un occhio della testa, è stata sollecitata dall'allarme congiunto di medici vari, di mia madre e di lui.

Farsi schiacciare i seni dentro un macchinario è una delle cose più fastidiose che abbia mai provato.

È tutto a posto.

Un falso allarme.

È uscito fuori, al solito, che l'età biologica è nettamente inferiore a quella anagrafica.

Questa faccenda non mi tiene al riparo da dolori e preoccupazioni.


Se potete scegliere, nascete uomini.

Io se rinasco, voglio essere maschio.

E voglio essere gatto.

domenica 2 aprile 2017

EMERSI DAL BUIO


Quando guardo all'infanzia e all'adolescenza, il velo che ricopre certi ricordi è nero come il fumo delle ciminiere delle fabbriche.
Guardo a me stessa come una bambina che cerca di emergere dal buio, che fa di tutto per spuntarla sulle tenebre, che si trascina ombre lunghe sotto le suole consumate delle scarpe.


La vena che ravviso nelle prime foto che ho pubblicato su Instagram rasenta il gotico.
Colpa della città nella quale mi trovavo, in quel momento, in uno dei miei giri fuori dalla porta di casa.
Una città magnetica e oscura.
Piena di contrasti lucenti tra l'antica tenebra e la luce odierna.

La mia vena nera non si nota nemmeno quando zampilla sangue.

Siamo figli del buio, io e te.
Allo stesso identico modo.
Tu con la tua debolezza, io con la mia forza.
Entrambi con le stesse paure.

Smetterò mai di oppormi a ciò cui mi sono sempre opposta?

Ad oggi, mi sembra solo di disporre di altri strumenti per portare alla luce tutti i miei contrasti, senza risolverli.


L A CATTIVA SCELTA



Mi interrogo sul da farsi, sui nodi venuti al pettine, sulle contingenze, sulle eventualità, sulle prospettive, sull'attualità dei litigi, sullo stress reciproco che amplifica ogni stupidaggine.

Mi interrogo se lungi dal cercare la perfezione, sia accettabile e in che termini  l'imperfezione dell'altro.
Fino a che punto  lo scompenso viene riempito dai sentimenti.

Mi domando se l'unica scelta possibile non sia una scelta cattiva, e non la scelta migliore possibile.

E sulla base di quali parametri di riferimento.

La vita è questa, scorre talmente veloce che tutto quello che non gradisco lo vivo come uno spreco inaccettabile.

La scelta cattiva, nel frattempo, si impone.

Ed io nelle imposizioni vado stretta.

mercoledì 29 marzo 2017

DI CHIUSI A CHIAVE E SPALLATE



Qualcuno, a casa dei miei, è rimasto chiuso dentro.

Ho svitato la serratura, invano.

Ho infilato cose tra la porta e il telaio, nulla da fare.

Mi sono arrampicata dall'esterno per recuperare la chiave, rimasta all'interno, dalla finestra.

E indovinate?

Niente.

Alla fine la vecchia "spallata" resta l'unico rimedio risolutorio, con danni minimi e riparabili.

E quindi, con l'arto dolorante, mi sono appena rimessa a lavoro sul pc, per completare qualcosa che suo malgrado è stato interrotto cento volte.

Tra poco un santo cugino, di rientro da una cena fuori, mi da uno strappo per rientrare a casa.


martedì 28 marzo 2017

LE SERE CHE ARRIVO SFINITA



I problemi e le responsabilità attaccati al collo sono zavorre che non tollero più.

Sono stanca di essere la risolutrice, quella che va in guerra a spicciare i casini degli altri, quella che fa i salti mortali, quella che deve capire, che deve tollerare, e sopportare.

Quella costantemente fuori luogo nel regno della follia.

Il freno s'è spezzato, a forza di morderlo.

Non ce la faccio più.

Dimentico dove sono e soprattutto perchè.

Dimentico perchè lo sto facendo, tutto questo.

Ho perso di nuovo il senso.

E non lo trovo.

Guardo a terra, in alto, di fronte e non lo trovo.


lunedì 27 marzo 2017

DI INTELLETTUALOIDI A CASO L'ONESTA' E DI BECERITUDINI SCONFORTANTI


L’onestà intellettuale è quella cosa che ti consente di riconoscere il talento o la bravura di qualcuno, anche se non ti è amico o non ti sta nemmeno simpatico. 
E’, nel contempo, quella predisposizione ad affermare, nell’atto della emulazione o riproduzione con strumenti palesemente più limitati dell’opera dell’altrui ingegno in senso lato, di essersi quanto meno “ispirati” (se proprio non si riesce ad ammettere che si è copiato) al lavoro d’altri. 
Dirsi bravi da soli, o farsi acclamare dalla ristretta cerchia di amici, quando si è copiato (e pure male) quello che qualcun'altro ha in modo originale creato, fa sempre tanta tristezza.
Per non dire pena.
E diciamolo pure, che fa pena, perchè tant'è!

E a queste scene tristi - non c'è nulla da fare - assisto quotidianamente, in questo parassitario e clientelare medioevo nel quale, mio malgrado, sopravvivo, cercando di non farmi trascinare a fondo.

Perchè non c'è nulla, davvero, che mi terrorizza, quanto diventare come certi.
Vivere dello stesso squallore.
Razzolare nella stessa merda.
Autoproclamarmi scienziata o artista nel mio lavoro e in mille altri, e sentirmi in diritto di mortificare chi è bravo per davvero per guadagnare una luce che non mi appartiene.



LA MEDIOCRITA' PALLEGGIATA E SPALLEGGIATA



Nel piccolo contesto provinciale in cui sono inserita, ogni cagata (passatemi il termine poco elegante) posta in essere da quattro sfigati locali che si danno il tono, viene sponsorizzata ad oltranza sui social e sulle pagine settoriali che riguardano il paesello.

E' diventato a dir poco stomachevole il modo in cui tale mediocrità viene spudoratamente spalleggiata dalla cricca di gente che pensa di essere artista o letterata e non rientra nemmeno lontanamente nell'una e nell'altra categoria.

L'imitazione sbiadita dell'originalità altrui, l'esaltazione estatica di se stessi, che non ammette nemmeno lontanamente margini di critica, è l'insegna al neon che lampeggia sul nulla, esattamente come sui motel in the middle of nowhere dei territori desolati americani, a ridosso delle pompe di benzina e del tratto di strada che li collega, da lontano, al resto del mondo.

venerdì 24 marzo 2017

ADOLESCENZE


Deve essere stato fantastico trascorrere gli anni dell'adolescenza negli anni '60.
Vuoi mettere con i mitici '70?
Gli anni '80, beh, fanno storia a sè: non sono i miei preferiti.

La mia adolescenza ha il sapore degli anni '90.
Il sapore che riportano alla mente queste note, tra tante altre.
E mi fa tenerezza pensare a come ero e a come sono.
Vorrei stendere una mano, da lontano, risparmiarmi sofferenze inutili, perdite di tempo evitabili, darmi quella fiducia che mi mancava, dissotterrare tutte le qualità sepolte o calpestate.

Il cuore sente sempre allo stesso modo, non è cambiato, questo lo riconosco.
E che in parte, quello che arriva al cuore, passa anche per le orecchie, è un fatto certo con cui convivo.
La musica che mi piaceva mi piace ancora.
Le parole, anche loro sgorgano allo stesso modo.

Non ho mai imparato a disegnare, ma fino a 86 anni c'è tempo.

UNA SPINACINA E MEZZO



Si è fermato a pranzo, naturalmente.
Avevo preso delle spinacine artigianali (le fa il macellaio di fiducia, non di quelle industriali che si comprano al supermercato, che comunque compro e mangio con gusto), e me ne erano rimaste solo tre.
Le ho messe in forno, insieme ad una teglia di zucchine tagliate a rondelle, condite con un filo d'olio e una spolverata di pan grattato.

- "Quante spinacine stai preparando?"
- "Ne avevo solo tre..."
- "Ah, ok, allora facciamo una spinacina e mezzo ciascuno?"
- "Va bene", ho risposto con spontaneità.
-"Non c'è mai una volta che ti tiri indietro sul cibo!", scoppiando a ridere.

Ci ho riflettuto, su questa cosa.
E' vera.
Non dico mai di no.
E' rarissimo.
Non dico mai "basta" quando qualcuno mi mette qualcosa nel piatto.
Ed il piatto lo lascio pulito.
Sempre.
Nemmeno le briciole.

- "Preferivi che ti rispondessi che sono a dieta? Oppure di mangiarti anche la mia, già che c'eri, di spinacina, che tanto posso campare di pane e amore?"

Alla fine gli ho ceduto la mia mezza spinacina.
L'aveva già messa nel mio piatto.
L'ho presa e l'ho rimessa nel suo.
Mi ha guardato con sorpresa.
Sono cose che soprendono anche me.
Non che sia una che non condivide il cibo, ma questa cosa non implica mai il privarmene, anzi: preparo di più, magari, quando ho ospiti.
Non sapevo si sarebbe trattenuto.
Non me la sono sentita di dirgli che se non ci fosse stato lui, a pranzo, avrei mangiato da sola tutte e tre le spinacine.
Che poi in forno diventano niente.
Come anche le zucchine.
E' il forno, in realtà, a creare disagi esistenziali con il cibo.


Ieri sera ho cenato dai miei.
Sono arrivata tardi, loro avevano già cenato.
E da quello che, al solito, avanza/mettono da parte per me, esce fuori con estrema precisione la ripartizione delle porzioni.
Un pesce intero al forno, in crosta di patate, solo per me (qualcuno ne mangia in genere solo metà), e mezza insalatiera di zucchine fritte.
Dunque, il calcolo sulla ripartizione dei contorni in generale è presto fatto: metà del totale viene mangiato da quattro persone, l'altra metà da me sola.

Mangio l'equivalente di quattro porzioni, in termini di contorno.

C'è da dire però che le cose in scatola quasi non le tocco, e di carne, se ne mangio, ne mangio davvero poca.

Da qui la compensazione con le verdure.

Ne sto scrivendo, ultimamente, di quanto mangio, perchè mi stanno rimarcando la stessa cosa da più parti, nella speranza di farmi venire un problema con il cibo, un senso di colpa blando perchè non ingrasso a dismisura.
Non so esattamente perchè.
Lo trovo un sistema poco ortodosso di colpirmi, celando altri malesseri che evidentemente nutrono nei miei confronti o nei confronti della vita.

"Guarda come sorridi mentre mangi quella crostatina al cioccolato! Non ho mai visto nessuno sorridere così mentre mangia", stamattina, a colazione.

Fingerò di contare le calorie e di affliggermi, dalla prossima volta in poi.
Non so.
Ostenterò afflizione, simulerò autoflagellazione.

A me piace mangiare.
Il cibo è fonte di gioia e soddisfazione.
E mi fa specie che altri si cruccino in questo modo per se stessi e per gli altri.


UN VASO VUOTO


Che era vuoto, in realtà.
E non lo è più.

E' arrivato con la colazione in tarda mattinata.
Ed una rosa.
Con tanto di bigliettino.

Un gesto di altri tempi, cui non sono davvero più abituata.

Nemmeno la fioraia, che gli ha detto esplicitamente che la specialità del gesto richiedeva una composizione adeguata e più laboriosa.

Aveva notato un piccolo vaso per i fiori in cucina, vuoto, sul mobile, e ha pensato bene di riempirlo, perchè "non va bene che tu tenga un vaso per i fiori vuoto, in casa".

Mi ha chiesto di non leggere il biglietto prima che fosse andato via.

Non sono riuscita a non contravvenire alla richiesta.

E mi ha chiesto perchè piangessi, e l'ho abbracciato senza rispondergli.

Perchè a queste attenzioni è sul serio da tanto tempo che non sono abituatata, e non ho saputo trattenere la commozione.

"Non stai piangendo, vero?"
La scusa dell'allergia non l'ha bevuta.

Nessuno può avere certezza della durata delle relazioni nè stabilirla da principio.
L'unica cosa di cui ho cerctezza è che quando ho smesso di accontentarmi della compagnia di cialtroni camuffati da uomini, ho saputo riconoscere la differenza tra lui e gli altri.



mercoledì 22 marzo 2017

RICONCILIAZIONI DOLCI



Abbiamo litigato per questioni ridicole.
A distanza, perchè da vicino non siamo capaci.
Siamo due teste calde, soprattutto io.
Sono l'antitesi della donna remissiva e sottomessa, e lungi dallo scriverne con orgoglio, considero seriamente questo uno dei miei più grandi difetti di fabbrica.
La mia natura estremamente combattiva discende dall'educazione dura e improponibile che mi è stata impartita sin da ragazzina e, per quanto mi sforzi, sento sempre una specie di molla scattare di fronte a certe situazioni.

Ieri mia madre mi ha portata in un negozio - "mi chiedi sempre dov'è la cioccolata, quando vieni a casa: compratela!" - che vende solo dolcini e alcolici, e non ha aperto da moltissimo tempo.
Tra questi, una pala di fico d'india in marzapane, a dimensione naturale.
Ero lì lì per prenderla - volevo fare un regalino a lui che è goloso di dolci - ma mi sono ricordata per tempo che non gli piace la pasta di mandorle (era sotto la corteccia colorata di marzapane).
Ho visto anche una marmellata di mela e cannella che però prenderò la prossima volta, e mi sono ricordata di avere aperto quella ai frutti di bosco da spalmare sulle ciambelline al cioccolato la mattina, e che se non mi spiccio a usarla per una piccola crostata, rischia di andare a male (non riesco a finire, da sola, un vasetto di marmellata in pochi giorni, mi piacciono strati sottili).

Ho finito di lavorare, stasera, ho visto gli operai cui ho affidato una piccola mansione (sto facendo dei lavoretti necessari), e poi sono passata in pasticceria.
Oh, c'è una carenza d'affetto, ragazzi, in giro, che fa paura!
Non avete idea della gente che bazzica quotidianamente vicino il bancone degli zuccheri raffinati travestiti di tutte le creme e di tutti i colori.
A metà mattinata già finisce tutta la roba per la colazione.
Soprattutto il pasticcino magnifico che piace a me (una sorta di soufflè ma in pasta frolla).
Comunque, ho preso due dolcini al volo e l'ho chiamato per mettere su una macchinetta del caffè.

E tutta l'incazzatura, tutte le stronzate, tutto il malessere scivolano via appena ci guardiamo negli occhi.
Come due scemi, non riusciamo a non sorriderci.
Ed io lo prenderei davvero a sberle, certe volte, giuro.
Eppure quando ce l'ho davanti mi sciolgo come cioccolata in un tegamino.
Divento morbida come il ripieno del mio pasticcino preferito.
Proprio io, sempre e da sempre ostinatamente così dura.
Ed è quanto di più prossimo all'essere remissiva che abbia mai conosciuto.


martedì 21 marzo 2017

LA FAME E LA LARVA



Gira questa vignetta, della larva che mangia e mangia e poi si sveglia farfalla e niente, pare che non si possa essere come lei.

"Come diamine fai a mangiare così e ad avere questo corpo?"

E nulla, sono una larva.
E ho una fame che me te magno.

Ho trovato finalmente una categoria di riferimento nel mondo animale che rispecchia esattamente la mia natura.



lunedì 20 marzo 2017

TRA IL CIRCO E IL PARADISO



E' tutto lì, tra le tempie che premono.
Quel cordoncino di dolore che attraversa la testa da parte a parte, e incoraggia il dolore a palesarsi in modo deciso.
La magia inespressa delle parole che penso, che pesano quanto quelle che dico, che spingono i timpani dall'interno.

Oscillo tra un circo variopinto ed il pastello acquerellato del paradiso.

Come una fiamma, al centro, che accarezza i colori scaldandoli.

IL TATUATORE COATTO E LA SUA DONNA


Sono splendidi davvero, in queste coloratissime e sgargianti foto su istagram che condividono fb.
Lui con il pearcing che gli esce dal naso a mo' di caccola, e lei con i capelli stinti male e la bocca protesa a culo di gallina.

Non è da me commentare la mancanza di sobrietà o le cadute di stile altrui, salvo quando siano elette a stile di vita, come in questo caso.

Fossi in loro, sfrutterei sul serio commercialmente questo gusto così infallibilmente kitch.

Con i tempi che corrono rischiano sul serio di fare fortuna.

Io stessa non ci penso minimamente a cancellare l'amicizia dal social, che tanti sorrisi, in mezzo a tanta mediocrità, mi strappa.

A differenza della stereotipazione diffusa dei mediocri, spiccano perché peccano di originalità.

E non è già questo indice che individua una possibilità di emancipazione?

giovedì 16 marzo 2017

NATURALE



Quando ci siamo conosciuti ero mezza bionda.
Avanzi di colpi di sole su metà della testa.

"Mi piacerebbe vederti con i tuoi capelli naturali", che poi sono anche i suoi.
Abbiamo gli stessi capelli.
Stessa consistenza.
Stesso colore, pure: ci facciamo più biondi al sole.
In realtà lui ha pure le sopracciglia bionde, soprattutto da che prende il sole al mare.
E sono belle, ben delineate e non troppo marcate, come quelle di un bambino.

Sono tornata al mio colore naturale, dunque.
La libertà dalla ricrescita e dal parrucchiere profumano di infanzia e libertà.

Avevo in mente di tornare alle origini da un po', ma mi piace fargli pensare che l'abbia fatto per esaudire una sua richiesta.

Mi domando se certe scintille derivino dallo scontro tra le nostre personalità vagamente fuori dal comune, o se vi sia un'incompatibilità di fondo.

La compatibilità, poi, cos'è?
Può esistere, e in assoluto, un'aderenza perfetta ad altra identità diversa dalla propria?




martedì 14 marzo 2017

IL TATUATORE COATTO



Mi ha chiesto l'amicizia su fb un tatuatore locale, per sponsorizzare la sua attività.
Io non ho tatuaggi e non ho nemmeno voglia di farne, a dire il vero.

Ognuno è libero di fare del proprio corpo ciò che vuole.

Se mai venisse voglia di farmi un tatuaggio, di certo non mi farei mettere le mani addosso da lui.

All'inizio, quando pubblicava certi disegnini grossolani e colorati, pensavo facesse ironia.

Invece no.

C'è gente che si è fatta tatuare dei personaggi dei cartoni animati (roba che penzola tra l'osceno ed il kitch), con questo tratto grossolano che nemmeno un bambino, e poi si è fatta fotografare con fierezza.

E' una roba talmente sconcia che una persona con un minimo di gusto eviterebbe, a posteriori, di usarla per farsi pubblicità.

E' decisamente controproducente.

Penso che persino le mie mani incapaci saprebbero disegnare e colorare meglio.


Anni fa, ad un festival di musica, conobbi dei ragazzi che si fecero tatuare dallo stesso personaggio.
Un artista.
Si riconosceva la mano.
La pelle si era fatta tela per la sua arte.
E forse così ha un senso.
O forse, ancora, no.
Chi sono io per giudicare.
Io ho solo fotografato, inserendo tutto nel piccolo reportage di viaggio che ancora oggi custodisco gelosamente.